domenica 2 maggio 2010

Cineresie


Come ho avuto modo di scrivere in uno dei miei precedenti post, non sono una di quelle persone che ritiene che i nuovi media siano destinati a rimanere sempre un passo indietro rispetto ai media tradizionali in quanto a credibilità e profondità. Al contrario.


È con questo spirito che con un paio di amici, anch’essi blogger italiani interessati alla Cina contemporanea, ho deciso di avviare un nuovo esperimento in rete: “cineresie.info”, un blog collettivo di analisi e commenti sulla società cinese di oggi.


Come ben saprete, le “cineserie” sono ninnoli cinesi o imitazioni di originali cinesi, un tipo di prodotto particolarmente di moda in Europa tra il Seicento e il Settecento; l’“eresia” invece è un’affermazione o idea contrastante con le dottrine ufficiali o con l’opinione accettata comunemente.


In linea con il suo nome, questo sito si propone di dare alcune letture originali su quello che è la Cina di oggi, scardinando la comune visione di questo paese come una realtà in bianco e nero, in cui a un governo autoritario e repressivo si contrappongono pochi coraggiosi individui.


Cineresie cerca di raccontare la complessità della società cinese contemporanea, senza cristallizzarsi sulle posizioni dei “paladini dei diritti umani”, né su quelle di coloro che nella Cina vedono un paese ideale ingiustamente maltrattato dai media occidentali. Per raggiungere questo obiettivo, Cineresie lascia, per quanto possibile, la parola ai cinesi stessi, fungendo da ponte tra questi ultimi ed il lettore italiano.


Aspettiamo i vostri commenti su Cineresie.info, così come su facebook e twitter!

domenica 13 dicembre 2009

Alcune riflessioni sulla dialettica tra Stato e società nella Repubblica Popolare Cinese


Il testo integrale del mio intervento pubblicato nell’ultimo numero della rivista Italianieuropei, con un ringraziamento a Federico Antonelli.


1.

Sin dagli anni Ottanta, le autorità cinesi hanno compreso che, se volevano riuscire nello sforzo di modernizzare il paese, non potevano mantenere il livello di controllo sulla vita degli individui che avevano avuto fino a quel momento. Il conseguente ritiro dello Stato dalla vita dei cittadini, una scelta calcolata ben riassunta nello slogan “piccolo governo e grande società” (xiao zhengfu, da shehui), ha posto le basi per una vera e propria rinascita della società civile nella Repubblica Popolare Cinese. Nella Cina degli ultimi trent’anni non solo si è avuta una fioritura delle organizzazioni della società civile, tanto che gli specialisti stimano il loro numero attuale nell’ordine dei milioni, ma anche si sono aperti nuovi canali politici e mediatici attraverso cui i cittadini possono influenzare il processo decisionale in un sistema ancora fondamentalmente autoritario. Prendendo spunto da alcuni fatti dell’attualità, la presente analisi si propone di illustrare alcuni aspetti di questo percorso storico, mettendo in luce la complessità della dialettica tra il governo cinese e le nuove forze sociali che esso stesso ha contribuito ad innescare.

2.

Nonostante si sia trattato di un processo sociale che esso stesso ha innescato, il governo cinese rimane molto diffidente nei confronti delle organizzazioni della società civile. Più di ogni altra cosa, teme che nel paese avvenga una “rivoluzione colorata” e pertanto non perde occasione per riaffermare il proprio controllo su quelle realtà sociali organizzate che sembrano sfuggirgli di mano. L’ennesima dimostrazione di ciò si è avuta nell’estate del 2009, quando, mentre gli occhi del mondo intero erano ancora puntati sugli strascichi degli scontri etnici nello Xinjiang, le autorità di Pechino hanno deciso di lanciare una campagna d’intimidazioni contro le organizzazioni della società civile. In quelle circostanze, la vittima designata è stata la Gongmeng (in inglese “Open Constitution Initiative”), un’associazione legale per la tutela dell’interesse pubblico fondata nel 2003 a Pechino da quattro giovani laureati in legge, all’epoca già noti al grande pubblico grazie al loro ruolo in alcuni casi di notevole rilevanza. Nella sua breve esistenza, quest’organizzazione aveva avuto modo di acquisire una fama notevole sia in Cina che all’estero, essendosi occupata di alcune delle questioni più scottanti degli ultimi anni, dalla detenzione arbitraria dei cittadini arrivati nella capitale per presentare una petizione allo scandalo del latte in polvere adulterato, dalla politica cinese in Tibet alla pena di morte. Tutto ciò l’aveva trasformata in un vero e proprio simbolo della rinascita della società civile nella Cina contemporanea.
Dal momento che il governo cinese, vincolato dalla sua stessa retorica sull’importanza dello stato di diritto, non può permettersi di chiudere arbitrariamente organizzazioni con una visibilità notevole come la Gongmeng, problemi fiscali sono stati addotti come pretesto per l’attacco. Allo stato attuale della legislazione, registrarsi come “organizzazione non governativa” in Cina è quasi impossibile, soprattutto se ci si occupa di tematiche che la autorità considerano “sensibili”. È un fatto che la maggior parte delle organizzazioni della società civile cinese, pur rimanendo non profit, sceglie di immatricolarsi come azienda, accollandosi in tutto e per tutto lo stesso carico fiscale di una realtà commerciale. In questo, la Gongmeng non faceva eccezione. Ecco allora che la mattina del 14 luglio gli avvocati dell’organizzazione si sono visti recapitare in ufficio una comunicazione da parte dell’Ufficio delle imposte della municipalità di Pechino, in cui si chiedeva loro di corrispondere oltre 1.420.000 yuan (circa 140.000 euro) tra tasse non pagate e multe varie, una somma enorme per una struttura priva di introiti commerciali. Se nulla esclude che realmente ci siano state delle irregolarità finanziarie, il fatto che la multa fosse stata fissata alla somma massima esigibile ha lasciato ben pochi dubbi sulle reali intenzioni delle autorità di Pechino, tanto che quando, la mattina del 17 luglio, funzionari dell’Ufficio per gli affari civili di Pechino hanno fatto visita alla sede dell’associazione per revocare la licenza di attività, pochi si sono meravigliati.
Il giorno successivo alla notifica della multa, l’avvocato Xu Zhiyong, il vero volto dell’organizzazione, sul suo blog ha pubblicato un lungo sfogo, testo che è stato prontamente cancellato dagli amministratori del sito. Tra l’altro, egli scriveva: “Questa multa non è per la Gongmeng, ma è per i bambini vittime del latte in polvere adulterato, per i ragazzi che studiano nelle scuole per i figli dei lavoratori migranti, per i proprietari che sono stati ingannati dalle imprese immobiliari, per coloro che con la giustizia nel cuore lottano per presentare petizioni… è una multa per migliaia, decine di migliaia di persone senza forze e senza diritti che hanno bisogno di aiuto. Questa multa davvero non ha coscienza”. Se molte persone comuni che negli ultimi anni hanno avuto modo di beneficiare dell’aiuto dell’organizzazione sono immediatamente accorse a Pechino per manifestare la propria solidarietà agli avvocati, nelle settimane successive un’opinione pubblica impotente non ha potuto far altro che assistere all’arresto di Xu Zhiyong, trascinato fuori dalla sua abitazione alle cinque di mattina del 29 luglio, e allo smantellamento di una struttura che negli ultimi cinque anni era stata un punto di riferimento. Per quasi un mese di Xu Zhiyong non si è saputo più nulla, fino a quando, il 23 agosto, è stato rilasciato, in attesa di un’eventuale incriminazione. Da allora egli ha scelto di mantenere un basso profilo, evitando di concedere interviste e di farsi vedere in pubblico.
Nel frattempo, altre organizzazioni della società civile ed altri individui sono finiti nel mirino, a Pechino come altrove. Il 9 luglio, prima dell’attacco alla Gongmeng, le autorità giudiziarie della capitale avevano pubblicato una lista di 53 avvocati a cui era stata revocata la licenza, con il pretesto della mancata iscrizione ad un organismo corporativo di settore. Tra essi si contavano alcuni avvocati “per la tutela dei diritti” (weiquan), tra cui Jiang Tianyong, noto anche per essersi occupato di alcuni casi di tortura ai danni di seguaci della setta del Falungong. Il 29 luglio, Yirenping, un’organizzazione della società civile che si occupa della discriminazione dei portatori del virus dell’epatite B, ha ricevuto la visita di alcuni funzionari dell’Ufficio della pubblica sicurezza municipale e di un dipartimento per la supervisione delle attività pubblicistiche sottoposto al Ministero della cultura, i quali con il pretesto di un’indagine su alcune “attività di stampa illegali” hanno sequestrato una pubblicazione ad uso interno in cui di mese in mese si raccoglievano i principali articoli apparsi sulla stampa cinese sul tema della discriminazione. Allo stesso tempo diverse strutture sono state sottoposte a puntigliosi controlli fiscali, tra queste anche Aizhixing, un’organizzazione pioniera nel campo dell’AIDS.
L’impatto dell’attacco alla Gongmeng va ben oltre la semplice chiusura dell’organizzazione stessa. Questa lega di avvocati era arrivata a rappresentare un vero e proprio simbolo della coscienza civica della Cina di oggi e la sua fine ha costituito un trauma notevole per tutti coloro – attivisti, giornalisti, accademici o semplici cittadini che fossero – che avevano creduto nella possibilità di una trasformazione pacifica della società. Come ha affermato Zhang Zhiqiang, leader di un organizzazione della società civile che si occupa dei diritti dei lavoratori migranti: “Dopo lo scoppio del caso Gongmeng, abbiamo perso qualsiasi senso di sicurezza. D’altra parte però abbiamo cominciato a pensare che se deve succedere qualcosa, succederà e basta, non posso fare nulla per evitarlo. In questo modo posso lavorare più tranquillamente”. Non tutti però si sono lasciati intimidire. Hao Jingsong, un avvocato in prima linea in diversi casi di interesse pubblico, ad esempio ha commentato in questo modo l’accaduto: “Un attacco del genere avrà due tipi di conseguenze: da un lato fungerà da deterrente, spaventando molte persone; dall'altro produrrà una coscienza d'opposizione molto accesa. Dal momento che la Gongmeng era un'organizzazione pacifica e non violenta, se il governo non accetta neppure questo tipo di organizzazione, molte persone inizieranno a dire che in Cina un cambiamento pacifico non è possibile e questo è molto pericoloso”. In un modo o nell’altro, quanto accaduto nell’estate del 2009 rappresenta un punto di svolta nella dialettica tra governo e società civile, anche se è ancora troppo presto per valutare la portata del cambiamento.

3.

La mobilitazione della società civile cinese di oggi non passa solamente attraverso forme associative classiche come le organizzazioni non governative, realtà strutturate e quindi rigide e vulnerabili, ma soprattutto attraverso il web, uno strumento per certi versi caotico, ma dotato di una dinamicità e resilienza senza precedenti. Negli ultimi anni la diffusione della rete ha portato allo sviluppo di una forza sociale completamente nuova e molto potente, quella che in Cina viene definita “popolo della rete” (wangmin). Se ci si limita a prendere in considerazione le cifre, stando all’ultimo rapporto del China Internet Network Information Center, alla fine di giugno del 2009 gli utenti di internet in Cina erano oltre 348 milioni, un incredibile balzo in avanti rispetto ai 620.000 registrati alla fine di ottobre 1997, la prima data per cui sono disponibili delle statistiche relativamente attendibili. Questo dato numerico, per quanto impressionante, tende a nascondere ben più importanti dinamiche sociali sottostanti, in particolare il ruolo della rete nel mobilitare la società civile cinese e nell’influenzare le decisioni della sfera politica.
Negli ultimi mesi si è parlato spesso del caso di Deng Yujiao, la pedicure di un albergo di Badong, nella provincia dello Hubei, che nel maggio del 2009 ha ucciso a coltellate un funzionario locale e ferito un suo sottoposto per difendersi da un tentativo di violenza sessuale. Inizialmente la donna è stata accusata di omicidio, ma la mobilitazione del “popolo della rete”, che in Deng Yujiao aveva visto un simbolo della lotta ai funzionari corrotti, ha fatto sì che l’accusa venisse cambiata in attacco premeditato e che il caso si chiudesse in tutta fretta, con il rilascio l’imputata sulla base di un suo presunto disturbo della personalità. Al di là della questione, per alcuni versi inquietante, della malleabilità degli organismi giudiziari cinesi di fronte alle pressioni dell’opinione pubblica, il caso di Deng Yujiao è stato interpretato da più parti come un punto di svolta per la società civile cinese, per la prima volta consapevole delle proprie potenzialità. In realtà, anche se è stato allora che molti hanno cominciato ad interrogarsi sul ruolo della rete nella Cina di oggi, sono già alcuni anni che i cittadini cinesi si servono del web come strumento per supplire alle carenze del sistema politico in termini di rappresentanza, partecipazione e supervisione.
Se proprio è necessario individuare un momento di svolta nel processo di maturazione del rapporto tra la società civile cinese e lo strumento della rete, questo potrebbe a maggior ragione essere il 2007. Quando alla fine dell’anno il settimanale Nanfang Zhoumo ha lanciato il suo consueto sondaggio on-line per scegliere i personaggi dell’anno, ben tre dei primi quattro classificati erano cittadini che in un modo o nell’altro si erano serviti della rete per ingaggiare un dialogo con il mondo politico. In prima posizione si trovavano i cittadini di Xiamen, città costiera della provincia del Fujian, che tra maggio e giugno si erano mobilitati con successo contro la decisione dall’alto di creare un impianto chimico altamente inquinante nella periferia cittadina. Allora il passaparola tra la popolazione locale era avvenuto principalmente attraverso SMS, ma internet aveva giocato un ruolo fondamentale, tanto che sui forum locali come quello dell’Università di Xiamen i post relativi al problema registravano decine di migliaia di visitatori. Tralasciando per un momento la seconda posizione, al quarto posto invece c’erano i genitori alla ricerca dei figli scomparsi nelle fornaci clandestine. Solamente quando la zia di un ragazzo che questi genitori avevano salvato da una fornace aveva deciso di esprimere la propria gratitudine e aveva pubblicato su un forum provinciale un post in cui denunciava la loro sofferenza, nell’intero paese si è scatenata una tempesta mediatica che ha spinto il governo centrale a lanciare una durissima offensiva contro i trafficanti di esseri umani e la schiavitù.
Ancora più significativo è il fatto che in seconda posizione nella classifica si trovasse il “popolo della rete” stesso, premiato in virtù del suo ruolo in un caso che aveva coinvolto il governo provinciale dello Shaanxi e, letteralmente, una “tigre di carta”. In sostanza, per ottenere un consistente stanziamento statale per la creazione di un’area naturale protetta per una specie di tigre da tempo estinta, l’ufficio ambientale dello Shaanxi aveva addotto come prova della presenza dell’animale nella zona una foto palesemente fasulla scattata da un contadino del posto. In quell’occasione, il popolo della rete non solo aveva dimostrato come la tigre nella foto in realtà non fosse altro che un disegno tratto da un calendario lunare messo tra il fogliame e ritoccato al computer, ma aveva attaccato duramente le autorità locali, spingendole prima a smentire l’autenticità dell’immagine, poi a prendersi la responsabilità per la tentata truffa. In conclusione, non solo il contadino che aveva scattato la foto è stato arrestato, ma almeno tredici funzionari hanno perso il posto o sono stati puniti.
Negli ultimi anni dunque la rete si è dimostrata uno strumento fondamentale nella dialettica tra governo e società civile in Cina. Eppure anche in questo caso la preoccupazione degli ambienti ufficiali è palpabile. Quando nel 1978 prese piede il movimento del “muro della democrazia”, studenti, intellettuali, ma anche semplici cittadini e lavoratori cominciarono ad incontrarsi a Xidan, in centro a Pechino, per condividere gli uni con gli altri i propri pensieri e i propri ideali, spesso criticando i limiti del sistema politico in cui si trovavano a vivere. Le autorità in un primo periodo provarono a cavalcare l’onda di quell’embrione di opinione pubblica, nel tentativo di porre fine alle lotte interne, ma una volta che la situazione politica si fu stabilizzata non esitarono a ricorrere all’arma della repressione. Se si considera la preoccupazione che allora era stata scatenata da appena qualche decina (o centinaio) di migliaia di partecipanti, si può facilmente immaginare l’apprensione della classe politica cinese nei confronti della rete, quello che potenzialmente può essere definito il “muro della democrazia” del ventunesimo secolo, una bacheca i cui spettatori nella sola Cina si contano nell’ordine delle centinaia di milioni.

4.

Tutto ciò dimostra come in Cina esista una dialettica tra Stato e società civile ben più complessa di quanto comunemente non si creda. Per quanto non esiti a ricorrere alla forza nel soffocare realtà che sfuggono al suo controllo, il governo cinese non è un colosso impermeabile al sentire della società civile ma, al contrario, quando viene messo sotto pressione, si rivela disponibile a fare significative concessioni, a patto che non venga messa in discussione la sua legittimità politica. Per converso, la società civile della Cina di oggi è una realtà vivace e dinamica, con una vena critica molto più diffusa di quanto non venga percepito all’esterno. Certo, rimane ancora molto da fare, ma è pur sempre un gran cambiamento rispetto all’epoca in cui tutti indossavano la divisa alla Mao e si chiamavano compagni.

lunedì 9 novembre 2009

Reportage: Oil for China


Da D di Repubblica di ieri, una digressione su un argomento di cui in precedenza non mi ero mai occupato.

Quando nel febbraio del 2009 oltre duemila persone provenienti da cinquantacinque paesi si sono riunite a Houston per partecipare al Forum Globale sulle Risorse Energetiche, la delegazione cinese contava per meno di un centesimo dei partecipanti, eppure gli organizzatori hanno ugualmente ritenuto opportuno garantire un servizio completo di traduzione dall’inglese al cinese per tutti gli eventi in programma. In quei giorni, mentre gli incontri europei e russi sul gas erano semi-deserti, le colazioni di lavoro cinesi erano sempre affollatissime, con tanto di persone in piedi in fondo alla sala. Stando a quanto Chen Weidong, vicepresidente esecutivo della China Oilfield Services Limited, un’importante compagnia di servizi petroliferi cinese, ha raccontato ai giornalisti della rivista finanziaria Caijing: “In quasi tutti gli incontri cui ho preso parte veniva citata la Cina, quasi come se non nominarla significasse non arrivare al nocciolo della questione”.


Che la Cina sia un attore centrale nel grande gioco internazionale per il controllo delle risorse energetiche è ormai un dato di fatto. Sin da quando, nei primi anni Ottanta, sono state avviate le politiche di riforma ed apertura, la sete cinese di energia è aumentata sempre di più, determinando l’urgenza con cui il governo cinese ha iniziato a guardare all’estero per garantirsi nuove fonti di approvvigionamento di petrolio e gas naturale. Se si vuole individuare un punto di svolta in questo processo storico, questo è sicuramente il 1993, anno in cui per la prima volta le importazioni cinesi di petrolio hanno superato le esportazioni, un cambiamento che ha modificato radicalmente il panorama geopolitico globale. Di fatto, se appena quindici anni fa la Cina era un paese esportatore di petrolio, dal 2006 essa è diventata il terzo paese importatore di petrolio, alle spalle di Stati Uniti e Giappone.


La politica cinese per assicurarsi la propria sicurezza energetica si è immediatamente dimostrata estremamente aggressiva, con le compagnie petrolifere cinesi che non solo acquistavano il petrolio sul mercato, ma via via cercavano di acquisire intere riserve. Nel nuovo contesto mondiale, la necessità di garantirsi rifornimenti costanti ha spinto la Cina non solo ad avviare un’intensa opera diplomatica nei confronti di regimi discutibili come i governi al potere in Sudan e l’Iran, ma anche a dimostrare un rinnovato interesse nei confronti delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale. Nel 1996 i leader di questi paesi si sono riuniti sotto l’egida cinese per creare la cosiddetta “Organizzazione Cooperativa di Shanghai”, un’organizzazione finalizzata al rafforzamento della sicurezza e della stabilità nell’area e al consolidamento dei legami economici tra i membri, in particolare in campo energetico. Uno dei primi frutti di questa cooperazione è un oleodotto che andrà dal Kazakistan alla Cina, collegando il mar Caspio all’inquieta provincia di frontiera dello Xinjiang.


Il nuovo oleodotto, una volta completato, dovrebbe garantire alla Cina la possibilità di importare ogni giorno quattrocentomila barili di petrolio in più. Più petrolio tuttavia comporta più emissioni di anidride carbonica e una conseguente accelerazione del riscaldamento climatico. Ma Jun, un noto ambientalista cinese che la rivista Time nel 2006 ha inserito nella sua lista delle cento persone più influenti al mondo, così commenta: “Che si tratti della sua estrazione, del suo trasporto e della sua raffinazione, il petrolio produce moltissime emissioni, cosa che influenza in più di un modo l’ambiente, le acque e il clima”.


Il governo cinese ha già non poche ragioni per guardare con preoccupazione alle prospettive del cambiamento climatico. Negli ultimi due anni una lunga serie di catastrofi naturali hanno piagato il paese, dalle tempeste di neve che hanno paralizzato la Cina meridionale nel febbraio del 2008, ai tifoni che con inusitata frequenza e violenza nei mesi autunnali hanno colpito le coste centro meridionali. Tutto ciò ha avuto un costo enorme, sia in termine di vite umane che di denaro, basti pensare che le sole tempeste di neve hanno causato ben 129 vittime e perdite complessive per oltre venti miliardi di dollari. Se poi si considera come la tradizione cinese guardi alle catastrofi naturali alla stregua di un segnale celeste che indica l’imminente fine di una dinastia, si può comprendere come per le autorità di Pechino queste tragedie non siano solamente un problema umano e sociale, ma anche politico.


I cittadini cinesi sono inquieti e già da qualche tempo stanno richiedendo ai propri governanti un maggiore impegno sulle questioni ambientali. Un’indagine condotta nel 2007 su un campione di un migliaio di persone mostra come all’epoca l’88% dei cinesi fosse preoccupato per il cambiamento climatico e il 97% pensasse che il governo non stesse facendo abbastanza per affrontare il problema. Nello stesso anno, la natura sensibile di questo argomento ha trovato riscontro nella reazione indignata del “popolo della rete” cinese nei confronti di una nota marca d’abiti che aveva adottato come sfortunato slogan per una pubblicità on-line: “Non posso occuparmi del cambiamento climatico, ma almeno sono bello”. Ciononostante, i segnali riguardanti la coscienza ambientale dei giovani cinesi rimangono contrastanti. Emblematici sono i risultati di un’altra ricerca, condotta nel 2008 su un campione di 2500 cinesi con un’età media di trent’anni: in quell’occasione l’80% degli intervistati avrebbe dichiarato di essere preoccupato per il cambiamento climatico, ma allo stesso tempo l’85% sarebbe stato felice se avesse avuto la possibilità di acquistare un’automobile.


Al di là delle contraddizioni in seno alla nascente opinione pubblica cinese, fin troppo spesso le esigenze di ridurre le emissioni di CO2 si scontrano con l’imperativo della crescita economica. Ben pochi in Cina sono disposti ad accollarsi costi potenzialmente enormi per risolvere un problema che il sentire comune ritiene sia stato causato dai paesi occidentali in oltre un secolo d’industrializzazione selvaggia. Tanto più che gli Stati Uniti non hanno mai sottoscritto gli accordi di Kyoto. In “La Cina non è contenta”, un volume dai toni accesamente nazionalistici che è diventato un bestseller tra i giovani cinesi lo scorso anno, uno degli autori si chiede: “Che diritto hanno i paesi sviluppati di non permettere ai cinesi di utilizzare le risorse energetiche allo stesso modo in cui le hanno utilizzate loro? Quello che dovrebbero fare è ridurre il proprio consumo di energia”.


Alcuni ritengono che un simile atteggiamento di sfida, che negli ultimi anni ha trovato ampio riscontro nella posizione del governo cinese, sia sufficiente per affermare che le autorità di Pechino nutrono poco interesse nei confronti del riscaldamento climatico e degli accordi di Kyoto. Arturo Lorenzoni, docente di Economia delle Fonti di Energia dell’Università di Padova, non la pensa così: “Se è vero che la Cina assume degli atteggiamenti discutibili a livello internazionale nell’ambito della diplomazia del petrolio, il governo cinese si è posto degli obiettivi assolutamente in linea con i patti, ad esempio nel campo delle energie rinnovabili”.


Le energie rinnovabili, così come il nucleare, giocano un ruolo fondamentale nella strategia di Pechino per la riduzione delle emissioni di CO2. Come ha ricordato Hu Jintao nel suo recente intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, entro il 2020 la Cina tenterà di portare al 15% (contro il 10% del 2007) la percentuale dei combustibili non fossili nei consumi di energia primaria. Si tratta di una prospettiva realistica? Secondo Alessandro Costa, specialista in tematiche energetiche e ambientali che lavora nell’Ufficio di cooperazione del Ministero dell’Ambiente italiano a Pechino, è un obiettivo perfettamente realizzabile: “La Cina sta diventando leader in termini di produzione delle varie tecnologie e quindi è fattibile. L’incognita, semmai, è se all'indicazione chiara da parte della politica farà seguito un costante sostegno alla sua implementazione, cosa che dipenderà principalmente dalle reali intenzioni dei vertici gerarchici”.


Al di là degli slogan e dei buoni propositi, non si può dimenticare che la Cina rimane uno dei luoghi più inquinati al mondo, un paese in cui ogni anno centinaia di migliaia di cittadini muoiono per le conseguenze dell’inquinamento e in cui si stima che oltre cinquecento milioni di persone non abbiano accesso ad acqua pulita. Quando le problematiche da affrontare sono così impellenti, Kyoto, Copenaghen e le prospettive di un cambiamento climatico che si misurerà in decenni rimangono lontane dal sentire della gente comune. Questo però non preclude il cambiamento. Secondo Ma Jun, “il modello di sviluppo cinese di per sé non è sostenibile e va comunque cambiato, indipendentemente dai patti internazionali che il governo decide o meno di sottoscrivere”. Questo ambientalista di vecchia data ci tiene poi a ricordare un dato di fatto che fin troppo spesso viene tralasciato quando si discute della sete energetica cinese: “Non è un caso se il nostro paese viene definito la ‘fabbrica del mondo’: se ha bisogno di moltissimo petrolio, non è per solo se stesso, ma anche per l’intero pianeta”. Un pianeta che rischia la catastrofe, mentre i suoi leader sono troppo impegnati a scaricarsi la responsabilità a vicenda.


lunedì 12 ottobre 2009

Reportage: turismo rosso


Scusandomi ancora una volta per il mio prolungato silenzio, qui di seguito riporto la versione integrale di un reportage sul “turismo rosso” che ho avuto modo di pubblicare sul Venerdì di Repubblica un paio di settimane fa.



Su uno dei sedili posteriori dell’autobus che dalla città di Changsha porta i turisti a Shaoshan, il villaggio natale di Mao Zedong, siede un signore di mezza età, il volto celato da un giornale. Sono passati oltre quarant’anni dall’ultima volta che Fan Jing ha percorso questa strada per rendere omaggio al grande timoniere. Allora la Cina era nel pieno della Rivoluzione Culturale e lui non era altro che un adolescente che, come tanti altri, si era unito con entusiasmo alle guardie rosse, i giovani rivoluzionari che all’epoca imperversavano per il paese.

Mentre fuori dal finestrino scorre un paesaggio di colline bruciate dal sole e risaie, Fan Jing, che ora è professore in uno degli atenei della capitale, rievoca la sua adolescenza: “La Rivoluzione Culturale non è stata solamente distruzione. Per noi giovani è stata innanzitutto una grande occasione, perché in quegli anni potevamo viaggiare a piacimento per tutto il paese, senza dover pagare alcunché. Bastava sventolare un libretto rosso e le macchine si fermavano per darti un passaggio, treni e autobus erano completamente gratuiti”.

E’ stato grazie alla Rivoluzione Culturale che un’intera generazione di cinesi, quella nata nella prima metà degli anni Cinquanta, ha imparato a conoscere e ad amare i luoghi simbolo della rivoluzione comunista. Allora il culto della personalità di Mao era alle stelle, il Partito controllava ogni aspetto della vita degli individui e visitare queste mete – il villaggio natale del grande timoniere, le basi della guerriglia comunista negli anni Venti e Trenta, le città che per prime si erano ribellate al controllo dei nazionalisti – assumeva il valore di un vero e proprio pellegrinaggio religioso.

Oggi, a quarant’anni di distanza, le cose sono molto cambiate. L’esperienza storica che alcuni, semplificando, indicano come “maoismo” sembra essere stata definitivamente relegata al passato, mentre è emersa una società sempre più materialistica, disomogenea e competitiva. Eppure, nonostante questa nuova Cina devota al mercato sembri lasciare poco spazio al mito del grande timoniere, tutti i luoghi classici del comunismo cinese ogni anno continuano ad attirare un numero enorme di visitatori: studenti, pensionati, funzionari, comuni lavoratori, persone di ogni strato sociale e di ogni età che, novelle guardie rosse, sperano di sperimentare almeno un briciolo dello spirito della rivoluzione vissuta dai loro genitori o dai loro nonni. Ovviamente a pagamento.

Il “turismo rosso” negli ultimi anni è diventato un vero e proprio fenomeno di massa, un giro d’affari imponente che ha cambiato l’aspetto di più di un luogo. A Shaoshan ad esempio il cambiamento è arrivato a partire dal 1993, quando in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Mao al centro del paese è stata edificata una piazza, uno spazio che con un insolito slancio di fantasia è stato battezzato “Piazza Mao Zedong”. A un’estremità della piazza, una statua di Mao alta sei metri accoglie ieraticamente i pellegrini, in fila per posare delle corone di fiori ai piedi del piedistallo. Lo stand delle corone non è molto lontano e, stando a quanto racconta la gente del posto, gli affari vanno molto bene: ogni giorno vengono vendute tra le due e le trecento ghirlande, ognuna delle quali costa una somma compresa tra i venti e i cento euro. A fianco, un altro stand offre un servizio di fotografie per i turisti, non tutti abbastanza ricchi da potersi permettere una propria macchina fotografica. Alcuni però non sono soddisfatti di questi sviluppi. Ai margini, un giovane contadino del posto che da qualche tempo si è improvvisato fotografo per i turisti si sfoga: “Quello stand è gestito da conoscenze di alti papaveri, solo i loro fotografi sono autorizzati a fare le foto ai visitatori. Mao non è una grande fonte di guadagno per noi del popolo, solamente per chi sta in alto”.

A differenza di quanto accade nelle altre mete del turismo rosso, a Shaoshan lo sviluppo economico non è ancora riuscito ad offuscare la dimensione religiosa del pellegrinaggio maoista. Lo spettacolo è impressionante: cinesi più o meno giovani che uno dopo gli altri si inchinano ai piedi del simulacro del grande vecchio, chiudono gli occhi, congiungono le mani e pregano. “Il popolo onora Mao come un dio, anzi, più che un dio”, spiega Zhou Xinhua, un giovane contadino del posto, uno dei tanti che hanno abbandonato i campi per guidare moto-taxi, fotografare o vendere souvenir nel tentativo di sfruttare l’ondata di turisti che ogni giorno si riversa nella zona. “Io stesso ogni mattina mi inchino davanti alla statua del presidente per chiedergli di preservare la pace della mia famiglia”, racconta, “tutte le persone che vengono qui hanno qualche favore da chiedergli, qualche desiderio da esaudire”. Ma succedono mai dei miracoli? Zhou sembra non avere dubbi: “Non accade spesso, ma ci sono stati dei casi”. Al suo fianco un altro giovane scherza: “Il presidente anche adesso è troppo impegnato, non ha il tempo di rispondere a tutti”.

A volte il “turismo rosso” non è altro che uno strumento per educare le nuove generazioni di cinesi, cresciute nella bambagia della Cina del miracolo economico, allo spirito di sacrificio dei loro progenitori. Infatti, parafrasando una celebre massima di Mao, si può affermare che la rivoluzione cinese non è stata certo un pranzo di gala. “Siamo venuti qui in vacanza per vedere di persona i luoghi della rivoluzione e comprendere meglio la forza e il coraggio di coloro che hanno combattuto per costruire la nuova Cina”, racconta una coppia di funzionari statali sulla quarantina proveniente della provincia del Guizhou. Essi fanno parte di un gruppo turistico in visita sui monti Jinggangshan, ex-base comunista degli anni Venti situata nella provincia del Jiangxi, qualche centinaio di chilometri a sud-est di Shaoshan. E il loro figlio sedicenne? “Ha preferito rimanere a casa a navigare su internet. Non gli andava davvero di muoversi”, sospirano.

Miglior fortuna ha avuto la signora Hui Min, una donna sulla quarantina originaria di Shanghai, che senza troppi sforzi è riuscita a convincere l’intera famiglia – suocero, marito, figlio e nipote – a seguirla sui monti Jinggangshan sulle tracce della rivoluzione. “Ho pensato: i monti Jinggangshan sono un posto bellissimo dal punto di vista naturale, in più i ragazzi possono imparare qualcosa di utile. Perché non venirci in viaggio?”, racconta. Spiega di essere molto preoccupata per il decadimento morale della nuova generazione di giovani: “A causa della politica del figlio unico, i ragazzi di oggi crescono come piccoli imperatori, sono davvero egoisti. Vorrei che mio figlio venendo qui potesse assorbire qualcosa dello spirito della rivoluzione”. Donna pragmatica, solamente nel 2001 è entrata nel Partito Comunista: “All’epoca mi sono resa conto che nella mia unità di lavoro, una grande impresa statale, c’erano moltissimi membri del Partito e mi sono detta: perché no? Alla fine si è rivelata una buona scelta”.

Sulle strade del turismo rosso a volte capita di fare incontri inaspettati. E così può succedere che un mattino di buon’ora, ai piedi di una stele commemorativa eretta nella località di Huangyangjie per commemorare una storica battaglia avvenuta nell’estate del 1928, ci si imbatta in un folto gruppo di persone tra i trenta e i cinquant’anni, molti sovrappeso, tutti nella divisa militare che i guerriglieri rossi usavano indossare nei lontani anni Venti. Sembrerebbe una rievocazione storica ad uso e consumo dei turisti e invece da una bandiera portata a spalla da uno dei “soldati” si apprende che si tratta di una serissima “sessione di addestramento sul Jinggangshan” riservata ad un gruppo di quadri del Partito provenienti dalla capitale. Ai piedi del monumento un oratore, un uomo anziano, figlio di personaggi di spicco che hanno preso parte alla rivoluzione, quella vera, avvia la sua arringa sullo spirito rivoluzionario del Jinggangshan, mentre fiumi di sudore iniziano a scendere dalle facce del plotone schierato di fronte a lui. Probabilmente il fatto di indossare un’uniforme completa in pieno agosto è una parte fondamentale del processo di formazione di un vero rivoluzionario.

Shaoshan e i Jinggangshan sono solamente due delle innumerevoli mete del turismo rosso in Cina. In questo paese praticamente ogni luogo può contare su qualche martire, qualche dramma, qualche storia legata in un modo o nell’altro ai quasi trent’anni di lotta che il Partito Comunista ha impiegato per raggiungere il potere. A sessant’anni esatti dalla fondazione della Repubblica Popolare, un fenomeno come quello del turismo rosso sembrerebbe rappresentare l’esigenza di parte della società cinese di riscoprire i valori rivoluzionari di cui hanno sentito parlare sui banchi di scuola: frugalità, solidarietà, coraggio e umiltà. Eppure, se questo poteva essere vero quarant’anni fa per i pellegrinaggi delle guardie rosse, oggi il tutto si riduce a tour frenetici con guide asfissianti, souvenir di Mao in tutte le posizioni e salse, foto ricordo in raffazzonati costumi d’epoca. Sono finiti i tempi in cui Fan Jing, la guardia rossa, poteva sventolare il libretto rosso e viaggiare gratis fino al villaggio natale di Mao: oggi in Cina tutto ha un prezzo, anche la Rivoluzione.

mercoledì 29 luglio 2009

Cartolina dal villaggio maoista


Oggi, mentre navigavo in internet alla ricerca di alcuni vecchi articoli che ho pubblicato in Cina, mi è capitato di imbattermi in un breve pezzo sulla mia visita al villaggio maoista di Nanjiecun. Come poi ho avuto modo di verificare, l’autore è un giovane giornalista del giornale locale. Fang Yiren (il mio alter ego cinese) viene presentato con pompa degna di un capo di Stato, mentre le sue esternazioni sulle scelte economiche del governo locale vengono riportate con una magniloquenza che non sfigurerebbe su un’edizione del Quotidiano del Popolo di qualche decennio fa. In realtà ricordo con chiarezza l’imbarazzo di quell’intervista in cui mi si chiedeva di commentare i successi economici e sociali del modello di sviluppo collettivo del villaggio. Scoprire che nel mio piccolo ho contribuito alla propaganda di quella minuscola parte di Cina che rifiuta (ma sarà poi un vero rifiuto?) di adeguarsi alla modernità è per me allo stesso tempo fonte di orgoglio e sconcerto, ma credo che alla fine prevarrà semplicemente l’ironia.


La più grande agenzia fotografica italiana visita Nanjiecun

Il 16 e il 17 marzo Fang Yiren, giornalista di Contrasto, la più grande agenzia fotografica italiana, è venuto a Nanjiecun con un’altra persona [il fotografo Tommaso Bonaventura] per condurre alcune interviste e scattare delle foto, al fine di comprendere a fondo la situazione dello sviluppo della strada verso l’arricchimento comune e collettivo del villaggio.

Dopo essere arrivato a Nanjiecun, Fang Yiren si è immerso nelle aree industriali, negli alloggi degli abitanti del villaggio, nell’area panoramica, etc.; ha intervistato quadri dirigenti, lavoratori e alcuni abitanti. È venuto così a conoscenza della situazione delle attività del sindacato e di altri dipartimenti funzionali ed ha scattato una serie di foto fresche e piene di vita [per inciso, in quei giorni non ho mai preso in mano la macchina fotografica e non ho scattato una sola foto]. La mattina del 17 marzo, Fang Yiren ha intervistato il capo-villaggio nel suo ufficio. Il capo-villaggio ha descritto in dettaglio la sua esperienza di crescita individuale e la storia dello sviluppo di Nanjiecun a partire dal momento della fondazione della prima fabbrica di farina; ha spiegato perché Nanjiecun deve servirsi del pensiero di Mao Zedong per educare le persone e ha espresso gli obbiettivi della lotta per costruire una piccola comunità comunista; ha risposto a domande sull’impatto delle politiche di riforma e di apertura e dell’attuale crisi economica sul villaggio, così come ad altri interrogativi sui piani per il prossimo periodo. Dopo la fine dell’intervista a Fang Yiren e al capo villaggio è stata scattata una foto come ricordo.

Dopo la sua visita al villaggio, Fang Yiren ritiene che Nanjiecun sia un luogo molto armonioso [nessuno coglie l’ironia di questa mia affermazione?], in cui le persone non hanno motivo di preoccuparsi per la possibilità di perdere il lavoro, in cui nessuno deve temere per l’ordine pubblico e in cui tutti possono vivere felicemente, in pace e tranquillità. Egli ritiene che il suo articolo su Nanjiecun susciterà l’interesse degli italiani nei confronti di questo villaggio e allo stesso tempo farà sì che essi abbiano una conoscenza più profonda del pensiero di Mao Zedong e del comunismo [sic!]. Spera che in futuro avrà ancora occasione di venire in visita a Nanjiecun.

(Questo è il link all’originale. La foto nell’angolo in alto a sinistra è quella di Wang Hongbin, il capo villaggio.)

mercoledì 22 luglio 2009

Reportage: Il villaggio maoista


Qui di seguito riporto il testo di un mio reportage sul villaggio "maoista" di Nanjiecun che è stato pubblicato sabato scorso su D di Repubblica con il titolo "L'isola maoista".



In un'epoca di profonde riforme e grandi incertezze, mentre la Cina intera sta facendo passi da gigante nell'affrancarsi dall’ingombrante eredità del maoismo, alcune piccole comunità locali continuano a guardare al passato alla ricerca di qualche punto di riferimento per orientarsi nel caos del presente. Nanjiecun, un villaggio sperduto nelle campagne della provincia settentrionale dello Henan, è una di queste realtà sospese nel tempo, un mondo in cui ancora oggi la vita dei residenti ruota intorno ad una grande statua di Mao che nella piazza centrale del paese alza il braccio destro, quasi a benedire i passanti, sotto lo sguardo tacito e compiacente dei ritratti di Marx, Engels, Lenin e Stalin, posti in un circolo ideale alle spalle del Grande Timoniere. Due miliziani, ragazzini dall'aria ben poco marziale, fanno la guardia giorno e notte ai piedi del simulacro di colui che, come un'iscrizione sul piedistallo ricorda, "era un uomo e non un dio, ma attraverso il suo pensiero ha sconfitto gli dei".

Mao è una presenza palpabile nella vita degli abitanti di Nanjiecun: poco più di tremila residenti locali e oltre ottomila lavoratori migranti, provenienti per lo più dai villaggi dei dintorni. Ogni giorno essi si svegliano all’alba, accompagnati dalle note dell'inno maoista "L'Oriente è rosso", trasmesso a tutto volume dagli altoparlanti installati a ogni angolo di strada. Quando il coro rivoluzionario intona il verso "il sole è sorto, in Cina è nato un Mao Zedong...", le strade del villaggio, prima silenziose, si riempiono di vita. Soprattutto di giovani in motorino che vanno a lavorare nelle oltre venti fabbriche locali di proprietà collettiva. La cerimonia si ripete, assolutamente identica eccetto che per il differente sfondo musicale, alle 11.30 e alle 17.30, segnando così la pausa pranzo e la fine del turno pomeridiano in fabbrica.

Esattamente come nella Cina di trent'anni fa, al di fuori del lavoro a Nanjiecun la vita scorre monotona: non solo non esistono pub, karaoke, sale da massaggio - divertimenti considerati moralmente dannosi per la salute spirituale delle masse - ma anche i ristoranti si contano sulla punta delle dita. Con il buio le strade, tanto pulite da risultare asettiche, si svuotano e ai giovani del posto non rimane che ciondolare per i parchi in piccoli gruppi oppure concedersi qualche partita a ping pong nella locale sala da gioco. "Certamente a volte noi giovani sentiamo il bisogno di andarcene dal villaggio per divertirci in altri modi", racconta Wang Yanming, un giornalista ventiseienne della radio locale. Per chi desiderasse qualcosa di più, è sufficiente prendere una bicicletta e fare qualche centinaio di metri per uscire dai confini della cittadina e immergersi nella realtà comune a tanta parte della Cina rurale contemporanea. Un mondo fatto di rifiuti gettati con noncuranza sul terreno, piccoli ristoranti in cui si può mangiare con pochi soldi, banchetti improvvisati per la strada, sale da ballo, karaoke e bordelli.

Perché questo è il paradosso di Nanjiecun, un'isola maoista nel mare della Cina capitalista. Nei primi anni Ottanta le riforme in questo villaggio, allora un semplice paesino povero come tanti altri nella pianura dello Henan, erano state applicate senza troppi problemi: la terra era stata ridistribuita alle famiglie contadine perché la coltivassero individualmente e godessero dei frutti del loro lavoro e piccole imprese individuali cominciavano ad aprire per iniziativa degli abitanti. Poi, qualcosa è andato storto e la leadership locale ha deciso di fare marcia indietro. Dal 1984 le imprese sono state nuovamente collettivizzate e tra il 1986 e il 1990 tutti i terreni sono tornati sotto il controllo della collettività. Questo cambiamento può essere ricondotto all’influenza di Wang Hongbin, figura carismatica che da oltre trent'anni ricopre la carica di segretario di Partito del villaggio. È stato lui infatti che all'epoca convinse i compaesani a stabilire le prime imprese collettive, esaltando i vantaggi del modello di vita comunitario proprio nella congiuntura storica in cui il resto della nazione si accingeva a percorrere una via differente.

"I villaggi dei dintorni sono ancora così arretrati perché hanno un sistema sociale basato sulla famiglia, noi invece ci siamo resi conto della superiorità del modello collettivo: questo è il segreto del nostro successo", spiega un insegnante della scuola superiore locale. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, gli abitanti di Nanjiecun hanno avviato la gestione collettiva di una serie di fabbriche, la più famosa delle quali rimane quella che produce i fangbianmian: gli spaghetti istantanei venduti in tutta la Cina, pranzo quotidiano di milioni di persone. I proventi delle imprese, sopravvissute ad un decennio di perdite grazie ai generosi finanziamenti delle banche statali, hanno sovvenzionato il welfare della popolazione locale. Gli abitanti del villaggio percepiscono salari bassissimi (al massimo 250 yuan al mese, trenta euro circa), ma godono di benefici previdenziali che susciterebbero invidia nella più generosa socialdemocrazia occidentale. Dalla culla alla tomba, tutte le loro spese sono coperte: istruzione (fino all’università), cure mediche (negli ospedali di tutta la regione), alloggi, luce, gas, acqua e persino la cremazione. Di fatto le spese per mantenere questa imponente macchina sono enormi: soltanto nell'ultimo anno l'amministrazione locale ha speso oltre quindici milioni di yuan per garantire il benessere dei propri cittadini.

"In passato la maggior parte delle case erano di paglia, le migliori erano di coccio: avevamo sempre freddo", ricorda Liu Gailian, una signora di 76 anni che ha passato tutta la vita nel villaggio. Nel 1993 i vecchi edifici trasandati di un solo piano in cui vivevano gli abitanti di Nanjiecun sono stati abbattuti e i loro ex-abitanti trasferiti in moderni condomini costruiti appositamente per ospitare l'intera comunità della popolazione indigena: un passo in più verso la collettivizzazione di questa micro-società. Eppure soltanto gli abitanti del villaggio hanno ottenuto il permesso di trasferirsi nelle nuove residenze, così come solamente loro in genere sono titolati a godere di tutti i benefici del welfare. E i lavoratori immigrati impiegati nelle locali industrie collettive? Ricevono salari più alti (intorno agli ottocento yuan al mese) e vitto e alloggio gratuiti, ma non possono usufruire delle stesse agevolazioni dei loro omologhi locali. Stando a quanto riportato da alcuni media nazionali, nel 2004 queste ineguaglianze, esasperate in un momento in cui le finanze del villaggio erano profondamente in crisi, avrebbero scatenato un'ondata di scioperi. Questo fatto però non è confermato da Qu Yuhong, un quadro del sindacato locale, che commenta: "Le nostre imprese sono armoniose: allora si è trattato solamente di un malinteso con i media e con la società".

Il successo dell'esperimento di Nanjiecun inevitabilmente ha finito per suscitare l'invidia di molte persone. "Gli abitanti di Nanjiecun se la passano troppo bene!" esclama seccato un signore di mezza età che vive ad un paio di chilometri dal villaggio. Tra gli abitanti dei dintorni, realtà rurali tuttora immerse nella povertà e nel degrado, serpeggia il malcontento: se la fama del "villaggio maoista" ha aiutato enormemente a sviluppare l'industria turistica dell'intera zona (le statistiche ufficiali vogliono che ogni anno dai trecento ai quattrocentomila turisti transitino per l'area), sono in molti a ritenere ingiusto il trattamento di favore che Nanjiecun ha sempre ricevuto dalle banche e dai governi provinciale e centrale. Anche se da qualche anno a questa parte l'era dei prestiti facili si è conclusa in seguito a un cambiamento di politica del centro in merito al credito rurale, questo esperimento di ingegneria sociale continua ad esistere.

Interrogato su quale sia la prossima tappa che si propone di raggiungere nel processo di creazione di una vera e propria "comunità comunista" basata sui precetti di Mao, Wang Hongbin ha risposto: "Entro tre anni stabiliremo una mensa comune in cui tutti potranno mangiare gratuitamente a piacimento, entro dieci anni tutti gli oggetti quotidiani saranno disponibili senza spesa in apposite stazioni di rifornimento: questo sarà il passo finale verso l'instaurazione del comunismo reale. Allora le masse saranno ricche al punto da non aver bisogno di mettere da parte un solo yuan". La stessa affermazione che compariva in un articolo pubblicato su una rivista cinese quattro anni fa. Da allora, nulla è cambiato: forse se ne riparlerà tra un'altra decina di anni.

domenica 19 luglio 2009

Repressione silenziosa a Pechino (II)


Qui di seguito riporto la traduzione di una dichiarazione congiunta pubblicata il 16 luglio da alcune note ONG cinesi con sede a Pechino. Una simile manifestazione di solidarietà tra ONG cinesi non si vede spesso. In genere accade in circostanze particolarmente gravi, come quando, nel dicembre 2007, Huang Qingnan, il leader di un'organizzazione non governativa cinese che si occupa di lavoratori migranti nella zona di Shenzhen, è stato aggredito per strada da sconosciuti armati di coltello. Questa ritrosia a creare una rete tra le varie organizzazioni può essere ricondotta essenzialmente a due ragioni: in primo luogo, la consapevolezza da parte degli attivisti dell'inevitabile repressione cui andrebbe incontro qualsiasi network creato dal basso; in secondo luogo, la divisione tra le varie ONG, fomentata dalla concorrenza per l'accesso a quei finanziamenti stranieri che tuttora costituiscono la loro principale fonte di sostentamento. Come scrive la specialista Ma Qiusha in quello che probabilmente è il libro più autorevole in lingua inglese ad oggi scritto su questo argomento, "La grande maggioranza delle organizzazioni locali e di base [in Cina] non ha accesso alle informazioni riguardo alle risorse internazionali disponibili. Solo quelle organizzazioni con dei dirigenti ben informati che sono a conoscenza delle operazione e delle risorse delle ONG internazionali hanno buone possibilità di ricevere fondi per le loro proposte. Eppure è diventata pratica comune che le ONG cinesi nascondano le une alle altre le informazioni sulle risorse internazionali, in quella che uno specialista cinese ha definito la 'mentalità da piccolo contadino'" (Ma Qiusha, Non-Governmental Organizations in Contemporary China, Routledge, London 2006, pg. 199). Purtroppo finché non si eliminerà questa dipendenza dai fondi stranieri e la conseguente competizione, difficilmente tra le ONG cinesi potrà svilupparsi quel minimo senso di solidarietà che permetterebbe loro di creare un fronte comune nei casi di necessità. È proprio per questo che una dichiarazione congiunta come quella tradotta qui di seguito è un segnale molto importante e sicuramente avrà delle conseguenze. Rimane da vedere se per una volta qualcuno nella stampa cinese o internazionale alzerà la voce per rompere questo assordante e imbarazzante silenzio.


Dichiarazione congiunta delle organizzazioni della società civile di Pechino sulla multa alla Gongmeng


Oggi abbiamo appreso con meraviglia da Xu Zhiyong, il rappresentante legale della Gongmeng, che alla Gongmeng, una struttura con registrazione commerciale a nome “Srl per la consulenza legale Gongmeng”, ha ricevuto la richiesta dell'Ufficio tributario del distretto di Haidian a Pechino e dell'Ufficio tributario statale di pagare le tasse con l'aggiunta di una multa, per una somma totale di 1.420.000 yuan. Le ONG lanciano un appello affinché i dipartimenti tributari riconsiderino la punizione selettiva nei confronti di ONG registrate come imprese.
Se in Cina si vuole utilizzare la forza del mondo civile per servire la società e stabilire un'organizzazione no profit, a causa delle leggi attualmente in vigore, inaspettatamente il miglior canale è quello di fondare un'impresa finalizzata al profitto. Attualmente numerose organizzazioni da una parte si impegnano ad accumulare fondi e servire la società, mentre d'altra parte si trovano a dover affrontare un'enorme pressione fiscale. Ultimamente, i dipartimenti tributari di Pechino hanno condotto dei controlli fiscali selettivi nei confronti di alcune organizzazioni no profit che si occupano del lavoro di tutela dei diritti umani, incluse la Srl per la consulenza Zhiaixing, lo studio legale Jingding, la Srl per la consulenza economica e sociale Chuanzhixing, etc. Sfortunatamente nel corso del controllo fiscale di quest'anno la Gongmeng ha ricevuto una multa elevatissima. In ogni caso, la multa selettiva odierna nei confronti di Gongmeng domani può capitare a qualsiasi ONG registrata con licenza commerciale. Questo tipo di salatissima multa selettiva ha bloccato l'ultima strada attraverso cui le organizzazioni del mondo civile possono servire la società.
Per questo noi richiediamo che:
1. Gli organi tributari del distretto di Haidian a Pechino riconsiderino le multe arbitrarie nei confronti delle organizzazioni no profit con registrazione commerciale;
2. Gli organi per la gestione aziendale annullino l'attuazione discriminatoria della legge nei confronti delle organizzazioni civili con registrazione commerciale;
3. Si sblocchi il lavoro di registrazione delle organizzazioni della società civile, per eliminare radicalmente la situazione vergognosa che vuole che le organizzazioni no profit si debbano registrare come organizzazioni finalizzate al profitto.
4. Ci si adegui a quanto avviene all'estero, dando sostegno finanziario alle organizzazioni no profit.

Firmatari:

- Beijing Huiling [organizzazione che si occupa dell'educazione e dell'inserimento sociale delle persone con malattie mentali]
- Beijing Yirenping Zhongxin ["Beijing Yirenping Center", organizzazione che si occupa della discriminazione dei malati di epatite B]
- Wuguojie Aixin ["Love without borders", organizzazione che si occupa di sviluppo sostenibile e giustizia sociale]
- De Xiansheng Yanjiusuo ["Institute for democratic society", organizzazione per la tutela dei diritti civili]
- Dagong zhi you [organizzazione che si occupa della tutela dei diritti dei lavoratori migranti]
- Zhongguo Lushi Guancha Wang [sito web per la diffusione della conoscenza legale]
- Beijing Aizhixing Yanjiusuo ["Love knowledge action", organizzazione che si occupa di aids, malattie sessualmente trasmissibili e, più in generale, di tematiche legate alla sessualità]
- NGO Chengxinwang [organizzazione che raccoglie una rete di ONG]

16 luglio 2009