domenica 19 luglio 2009

Repressione silenziosa a Pechino

Mentre gli occhi del mondo intero rimangono puntati sugli scontri etnici nello Xinjiang, le autorità cinesi stanno approfittando dell’occasione per lanciare in sordina l’ennesimo attacco contro le organizzazioni non governative cinesi. Questa volta la prima vittima designata è la Gongmeng (un acronimo che in cinese sta per “lega civica per l’interesse pubblico”), un’associazione di avvocati volontari fondata nel 2003 a Pechino e divenuta celebre negli ultimi anni per essersi occupata di diversi casi particolarmente sensibili, dagli arresti arbitrari dei cittadini arrivati nella capitale per presentare una petizione allo scandalo del latte in polvere adulterato, e per aver assunto posizioni particolarmente scomode sulla questione della repressione in Tibet dopo le rivolte del marzo 2008.
Evidentemente le connessioni a livello istituzionale dei membri della Gongmeng, tutti avvocati di fama, non sono state sufficienti a garantire l’immunità dell’associazione. Come ha commentato una giornalista di un noto settimanale della Cina continentale, “la lega degli avvocati ha sempre avuto un sacco di problemi con il governo; chissà cosa hanno fatto questa volta per irritare le autorità a questo punto?”. Di fatto, rispondere a questa domanda è impossibile. La trasparenza del governo cinese nei confronti delle organizzazioni non governative è pari a zero, tanto che ad oggi non esistono leggi o regolamenti dettagliati che disciplinino la materia e l’arbitrio delle autorità è assoluto.
Registrare un’organizzazione non governativa in Cina è quasi impossibile. Gli scogli burocratici per la registrazione sono insormontabili e pertanto quasi tutte le ONG cinesi, pur essendo no-profit, scelgono di immatricolarsi presso le autorità con licenza commerciale, come comuni imprese. E’ proprio su questo cavillo che il governo cinese ha fondato il proprio attacco alla Gongmeng: il 14 luglio gli avvocati si sono visti recapitare dagli uffici delle imposte della municipalità di Pechino una comunicazione con cui si esigeva il pagamento di oltre 1.420.000 yuan tra tasse arretrate e multe varie. Il fatto che la multa fosse stata fissata alla somma massima esigibile, ha lasciato pochi dubbi sulle reali intenzioni delle autorità di Pechino e quando, la mattina del 17 luglio, funzionari dell’Ufficio per gli affari civili di Pechino hanno fatto visita alla sede dell’associazione per revocare la licenza di attività, pochi si sono meravigliati.
L’attacco alla Gongmeng lascia presagire l’ennesima campagna di intimidazioni da parte del governo nei confronti delle organizzazioni della società civile cinese. Lo strumento adottato stavolta sembra essere proprio quello della pressione fiscale. Da fonti interne che preferiscono non essere citate, siamo venuti a conoscenza del fatto che almeno un’altra organizzazione non governativa cinese, Aizhixing, specializzata nella tutela dei diritti delle persone malate di AIDS, ha ricevuto un avvertimento da parte delle autorità per mettersi in regola con il fisco. Allo stesso tempo, la battaglia si combatte anche su altri fronti: il 9 luglio le autorità giudiziarie di Pechino hanno pubblicato una lista di 53 avvocati a cui è stata revocata la licenza con il pretesto della mancata iscrizione ad un organismo corporativo di settore. Tra essi c’è anche Jiang Tianyong, un noto avvocato “per la tutela dei diritti”.
Come ha scritto sul suo blog Xu Zhiyong, famoso avvocato e membro prominente della Gongmeng, “questa multa non è per la Gongmeng, ma è per i bambini vittime del latte in polvere adulterato, per i ragazzi che studiano nelle scuole per i figli dei lavoratori migranti, per i proprietari che sono stati ingannati dalle imprese immobiliari, per coloro che con la giustizia nel cuore lottano per presentare petizioni… è una multa per migliaia, decine di migliaia di quelle persone senza forze e senza diritti che hanno maggiormente bisogno di aiuto, questa multa è davvero priva di coscienza”. Prontamente dopo alcune ore il sito è stato oscurato.

Qui di seguito riporto la traduzione integrale del post pubblicato da Xu Zhiyong. Prima che gli ammiinistratori del sito lo cancellassero, sono stato fortunato a stamparmene una copia. Oggi su un altro blog personale ospitato sulla pagina web della Gongmeng, Xu Zhiyong ha pubblicato il seguente commento: “Mi scuso, accetto la decisione di Xinlang [il sito che ospita il blog] di cancellare il post “Cielo! la Gongmeng deve pagare 1.420.000 yuan di multa” che ho pubblicato ieri sul mio blog, perché questo testo era pieno della mia arroganza. In seguito ad una riflessione, mi sono reso conto del mio errore: di fronte ad ogni compatriota, nel cuore non dovrebbe esserci rancore, così come non dovrebbe esserci alcun senso di superiorità. Correggerò coscienziosamente”. Oggi il blog di Xu Zhiyong è pienamente accessibile, anche se il post in questione è stato eliminato e sostituito da un saggio intitolato “Chi è il nemico della Cina?” scritto nel marzo 2009. In apertura, le stesse frasi di scusa.



Cielo! La Gongmeng deve pagare 1.420.000 yuan di multa

di Xu Zhiyong

Il 14 luglio 2009, la Gongmeng ha ricevuto una “Notifica di sanzione amministrativa per ragioni fiscali” inviata allo stesso tempo dall’Ufficio tributario locale e dall’Ufficio tributario nazionale di Pechino. In essa si notificava una sanzione amministrativa da applicare prima del 24 luglio, con 300.000 yuan di multa per le tasse locali, 180.000 yuan di tasse sul reddito e 930.000 yuan di multa per le tasse nazionali, per un totale complessivo di oltre 1.420.000 yuan.
Tra questi, i 300.000 yuan di multa per le tasse locali riguardano quattro finanziamenti ricevuti dal Dipartimento di scienze giuridiche dell’Università di Yale a partire dal 2006, così come un finanziamento ricevuto nell’aprile 2009 dal signor Wang Gongquan, ricercatore della Gongmeng. Abbiamo già pagato le tasse sul finanziamento di Yale nel maggio del 2009, mentre il finanziamento di Gongquan è stato appena riportato ai contabili ed è stato rilevato ancora prima che noi facessimo in tempo a versare le tasse. Anche la multa sulle imposte nazionali riguarda il progetto di cooperazione con Yale: ci siamo già impegnati a spiegare che il completamento del contratto di cooperazione del 2007 e del 2008 è stato confermato solamente all’inizio del 2009 e che pertanto tra il 2008 e il 2009 il progetto di cooperazione non è ancora stato completato e i soldi che ci sono stati dati possono essere considerati solo un anticipo. Inoltre, le donazioni ricevute dalla Gongmeng vengono interamente utilizzate per la ricerca giuridica e per garantire assistenza legale alle masse in difficoltà e pertanto non c’è nessuna eccedenza: da dove dovrebbero arrivare dunque quei 180.000 yuan di tasse sul reddito e quei 930.000 yuan di multa?
La Gongmeng è un’organizzazione votata all’interesse pubblico, registrata a malincuore come un’azienda mentre continuavamo a cercare di ottenere una registrazione civile. Ci siamo resi conto del fatto che l’amministrazione non è sufficientemente regolamentata, noi stessi non capiamo bene il fisco commerciale e industriale. Sebbene io abbia sempre enfatizzato l’importanza del fatto che nella nostra contabilità non ci fossero errori giuridici, i contabili specializzati che abbiamo coinvolto non sono stati in grado di darci un aiuto tempestivo. Nel momento dei controlli fiscali, siamo stati estremamente collaborativi, correggendo attivamente alcuni errori. Tuttavia, di fronte ad un’intenzione malvagia, tutti questi sforzi sono privi di significato. Anche la tassa sull’attività che abbiamo già pagato è stata inclusa nella multa e anche se non abbiamo alcuna eccedenza veniamo multati della tassa sul reddito. Inoltre, se la legge prevede che l’ammontare della multa debba essere compreso tra il 50% e il 500%, i dipartimenti tributari senza alcuna ragione ci hanno multati nella maniera più severa.
Una multa di 1.420.000 yuan forse per molte imprese non è niente, ma per la Gongmeng è crudele. Questa non è una multa per la Gongmeng, ma per i bambini vittime del latte in polvere adulterato, per i ragazzi che studiano nelle scuole per i figli dei lavoratori migranti, per i proprietari che sono stati ingannati dalle imprese immobiliari, per coloro che con la giustizia nel cuore lottano per presentare petizioni… è una multa per migliaia, decine di migliaia di quelle persone senza forze e senza diritti che hanno maggiormente bisogno di aiuto. Questa multa è davvero priva di coscienza!
Eravamo già molto prudenti. Pensando ad alcune bestie prive di cuore con la lingua biforcuta, abbiamo rifiutato i finanziamenti di alcune fondazioni. Abbiamo scelto il Dipartimento di scienze giuridiche dell’Università di Yale perché loro hanno finanziato anche alcuni organi governativi, io li conosco e loro amano la Cina. Il progetto di cooperazione tra la Gongmeng e Yale include: lo studio della riforma del sistema della registrazione familiare a Pechino, che ha offerto alcuni suggerimenti sul sistema di inserimento dei nuovi immigrati; alcune discussioni pubbliche sul problema degli espropri forzati delle abitazioni, sul caso del segretario di Partito della contea di Xifeng che è venuto fino a Pechino per arrestare un giornalista; gli appelli per la tutela dei diritti di proprietari delle case; l’opposizione all’abbattimento forzato delle scuole per i figli dei lavoratori migranti; l’assistenza legale in alcuni casi estremi come quello del cittadino di Chengde nello Hebei condannato a morte cinque volte pur essendo innocente o di Du Xuelei picchiato a morte dalla polizia; diversi suggerimenti per la riforma del sistema giudiziario; l’invio di suggerimenti ogni anno all’Assemblea Nazionale Popolare e alla Conferenza Consultiva del Popolo Cinese; etc. Tutti i nostri sforzi sono ragionevoli e costruttivi. Con buona volontà, noi promuoviamo la democrazia, lo stato di diritto, l’equità e la giustizia. Abbiamo sempre avuto dentro di noi questo desiderio innocente.
I soldi del progetto di cooperazione sono già finiti. La Gongmeng è un gruppo di volontari, tutti i nostri membri partecipano sulla base della loro coscienza e del loro senso di giustizia. A parte alcune persone impiegate a tempo pieno nell’ufficio, la maggior parte di noi membri non prende un salario, usiamo tutti i soldi per attività all’insegna della giustizia e della bontà. Non abbiamo alcun profitto e non abbiamo neppure mai avuto in programma di ottenere alcun guadagno, il nostro unico raccolto è la compassione. Se ora i dipartimenti tributari vogliono che la Gongmeng paghi 180.000 yuan di tasse sul reddito e 930.000 yuan di multa, questa somma enorme può venire solamente dai soldi ora in possesso dell’organizzazione: amici estranei l’uno all’altro che donano 100, 200 o persino 5 o 10 yuan.
Questo non è possibile! Essendo il rappresentante legale della Gongmeng, sono disposto ad accettare 7 anni di carcere pur di non dare questi 5, 10 yuan a bestie prive di cuore. Dire che Xu Zhiyong ha commesso il reato di frode fiscale è come quando la polizia di Linyi mi ha accusato di essere un ladro [il riferimento è a un fatto accaduto qualche anno fa, quando Xu Zhiyong si è recato in questo villaggio della provincia dello Shandong per assistere un attivista locale allora sotto processo a causa delle sue azioni contro una campagna di aborti e sterilizzazioni forzate in atto nella zona; allora, proprio il giorno prima dell’inizio del processo, Xu fu fermato dalla polizia locale con l’accusa di essere un ladro], ridicolo!
Forse ci sono persone che alle spalle dicono con cattiveria che la Gongmeng ha obiettivi politici. A queste parole rispondo con compassione. I nostri obiettivi politici sono molto chiari: siamo per la democrazia, lo stato di diritto, la giustizia e l’equità in questo Stato, per la felicità e la libertà di ogni individuo, non solo per le singole persone che noi aiutiamo nel concreto, ma soprattutto per stabilire un sistema completo, basato sul diritto e democratico, per far sì che tutte le persone, inclusi quei compatrioti che fino ad oggi hanno continuato a nutrire ostilità nei nostri confronti, possano ottenere giustizia, libertà e rispetto.
Alcune persone affermano che la Gongmeng dà fastidio alla società. E’ come se io avessi visto una faccia distorta dal rancore che dice “alla fine ti abbiamo preso, sarai punito” e che poi mi punisce selvaggiamente, basta che io faccia una minima cosa perché mi punisca, “provateci ancora a darmi fastidio”! Non siamo noi che diamo fastidio: le decine di migliaia di incidenti di massa [eufemismo cinese con cui ci si riferisce alle manifestazioni e alle contestazioni pubbliche] che succedono ogni anno non sono causate da noi, Yang Jia [giovane di Pechino, poi condannato a morte, che è diventato un eroe popolare in Cina dopo aver ucciso a coltellate sei poliziotti in un commissariato di Shanghai nel 2008] non lo abbiamo creato noi. Al contrario, noi ci siamo sempre sforzati di riportare nei binari della legge le contraddizioni create da funzionari corrotti, abbiamo promosso l’assoluta non violenza, speriamo che le contraddizioni e gli odi infiniti nella nostra società possano essere risolti attraverso l’amore. Noi non siamo solamente per quelle vittime della malvagità e dell’ingiustizia, siamo anche per i carnivori superiori, abbiamo un profondo senso di responsabilità nei confronti di questa nazione: non dobbiamo permettere che in questo Stato accada ancora una volta uno sconvolgimento tale che persino i potenti non abbiano più un posto dove seppellire i loro morti, non dobbiamo lasciare che la tragedia del nostro popolo si ripeta.
Perché, perché dobbiamo ricevere una simile punizione? E’ a causa della nostra temibile giustizia, perché noi promuoviamo una politica meravigliosa, perché i nostri ideali sono troppo belli, perché non abbiamo mai rinunciato alle nostre speranze nei confronti di questa nazione, perché nonostante tutto nei nostri cuori siamo sempre stati pieni della luce della speranza.
Sono felice di diventare ancora una volta un ladro. La prima volta è stato a Linyi: allora sono stato accusato di essere un ladro e sono stato portato alla stazione di polizia. In quell’occasione, senza alcun avvocato difensore, il mio amico [Chen Guangcheng] – un uomo cieco sin da ragazzo che combatteva con tutte le sue forze per il rispetto dei contadini locali – è stato condannato a quattro anni di carcere per il crimine di danno intenzionale alla proprietà. Questa volta è successo a Pechino, e io ruberei le tasse: hahaha! Io sono povero, ai poveri rimane solamente la fede. Grandi uomini, lasciate che vi dia anche solo un briciolo della mia bellissima fede, va bene? Voi dovreste aver bisogno di questa fede, dovreste avere la mia stessa capacità di provare misericordia, di guardare con compassione gli spiriti senza pace di demoni e mostri.
Sono un povero, siamo una massa di poveri, non potete derubarci dei nostri soldi e non potete nemmeno portarci via le nostre convinzioni. Non proviamo furore, né tantomeno odio, siamo pieni di compassione e continuiamo a camminare lungo la nostra strada. La Gongmeng non sarà distrutta, la speranza nella giustizia e nella bontà di questa nazione non sarà estirpata.

giovedì 2 luglio 2009

Cronache dalle fornaci cinesi



Negli ultimi mesi sul blog del “vecchio stolto” mi è capitato di soffermarmi più di una volta sul problema del traffico di esseri umani legato alle fornaci clandestine sparse nelle campagne dello Shanxi. Come molti altri, ho sentito parlare per la prima volta di questa realtà un paio di anni fa, quando i media cinesi hanno ampiamente riportato la storia di un gruppo di genitori della provincia dello Henan che viaggiavano in lungo e in largo per il paese alla ricerca dei figli adolescenti scomparsi, con ogni probabilità rapiti da trafficanti e rivenduti come schiavi in migliaia di fornaci di mattoni clandestine. Di fatto, per tutta l’estate del 2007, in Cina, un’opinione pubblica indignata non parlava d’altro, prima che anche questa notizia inevitabilmente precipitasse nel dimenticatoio.
In questi giorni la casa editrice Cafoscarina ha pubblicato “Cronache dalle fornaci cinesi”, un volume su questo argomento da me curato. Invece di usare una prospettiva “esterna” per raccontare uno dei più gravi scandali del lavoro avvenuti in Cina negli ultimi anni, per una volta ho deciso di lasciare la parola ai cinesi stessi, traducendo una serie di reportage apparsi sulla stampa locale nell’arco temporale di oltre un anno, raccontando così ai lettori italiani il problema nella stessa maniera in cui a suo tempo è stato raccontato al pubblico cinese. L’obiettivo era quello di rendere l’idea di come un buon giornalismo investigativo, l’indignazione per la violazione dei più elementari diritti dell’individuo e la volontà di migliorare la società in cui si è immersi non siano prerogative esclusivamente occidentali, come fin troppo spesso ci viene raccontato.
Ricostruire ora uno scandalo avvenuto un paio di anni fa può sembrare una scelta un po’ tardiva, eppure ci sono almeno due ragioni per cui la storia delle fornaci non dovrebbe essere dimenticata. La prima ragione sta nel fatto che le fornaci di mattoni clandestine, con il loro carico di sangue e sudore, continuano ad esistere nelle campagne cinesi. Giusto un mese fa nella provincia dello Anhui, la polizia locale ha scoperto due fabbriche di mattoni in cui oltre trenta disabili venivano tenuti in condizioni di schiavitù ed è tristemente noto come ancora oggi siano moltissimi i genitori alla ricerca dei figli scomparsi. La seconda ragione è che la storia delle fornaci è ben rappresentativa del ruolo dei media nella Cina di oggi: ben lungi dall’essere tutti veline del Partito, enormemente rafforzati dalla presenza di internet e dall’attivismo di un “popolo della rete” estremamente sensibile e coeso, essi sono una potente forza sociale di cui il governo, per quanto autoritario, non può non tenere conto.
Più che una denuncia, questo libro è una testimonianza. Se da un lato l’obiettivo è quello di raccontare il persistere nella società cinese dei lati oscuri dello sprezzo della sofferenza altrui a favore del personale guadagno, della violenza e delle torture vissute con naturalezza in una società rurale per alcuni versi mai uscita dall’epoca feudale, dall’altro esso si propone di trasmettere un barlume di speranza per il futuro, descrivendo come in Cina esista una società civile composta da avvocati, giornalisti, blogger e semplici cittadini pronti a mobilitarsi per aiutare i deboli e gli emarginati. Un altro aspetto di questo immenso paese che forse varrebbe la pena raccontare più spesso.

Qui di seguito riporto l’introduzione al volume:


Quando alla fine di luglio del 2007 in uno dei quartieri del centro di Pechino sono stati avvistati alcuni fiocchi di neve, a molti cinesi è venuto in mente un antico adagio popolare: se nevica d’estate nella capitale, una gravissima ingiustizia è stata commessa. In un’epoca di continue prepotenze e disuguaglianze, quale crimine degli uomini poteva essere così grave da arrivare a suscitare addirittura la collera della natura? Senza alcuna esitazione, i pensieri dei pechinesi sono immediatamente corsi alle fornaci di mattoni clandestine della provincia dello Shanxi, a quelle migliaia di prigioni a cielo aperto ove chiunque si fosse degnato di guardare avrebbe visto dei ragazzi appena adolescenti trascinare pesantissimi carri carichi di mattoni, dei disabili maltrattati e derisi occuparsi di lavori così pericolosi che nessuna persona sana di mente avrebbe mai fatto volontariamente, giovani ustionati dalle ferite mai curate, il tutto sotto l’occhio vigile e feroce di sorveglianti e cani da guardia. Per anni nessuno aveva guardato, non gli organi della pubblica sicurezza locale, non gli uffici preposti alla tutela dei lavoratori e neppure gli abitanti dei villaggi in cui queste fornaci operavano. Poi un giorno le cose erano inaspettatamente cambiate.
Il cambiamento è nato dall’azione di alcuni genitori coraggiosi, conosciutisi attraverso gli annunci per le persone scomparse pubblicati sulle pagine di alcuni giornali locali della provincia dello Henan, una delle zone economicamente depresse del paese, punto d’origine di imponenti flussi migratori. All’inizio del 2007, i loro figli erano scomparsi uno dopo l’altro in circostanze molto simili nelle strade di Zhengzhou, il capoluogo provinciale, ed erano bastate alcune settimane di angosciate quanto infruttuose ricerche perchè questi padri e queste madri si convincessero che i ragazzi erano finiti nella rete di trafficanti di esseri umani che approvvigionava le fornaci di mattoni dello Shanxi, un inferno ancora sconosciuto ai più. Sei genitori si erano allora incontrati a Zhengzhou ed avevano deciso di aiutarsi a vicenda nella comune sventura, dando vita a quella piccola organizzazione che successivamente i media cinesi avrebbero battezzato “lega per la ricerca dei figli”.
I genitori della “lega” correvano in lungo e in largo per le campagne delle zone meridionali dello Shanxi, perlustrando ogni singola fornace, verificando ogni traccia, interrogando lavoratori e abitanti dei villaggi. Essi sopportavano stoicamente le umiliazioni e gli attacchi quotidiani da parte dei padroni delle fornaci e dei loro tirapiedi. Ogni tanto riuscivano persino a salvare qualche ragazzo, anche se purtroppo non si trattava mai di uno dei loro figli. È stato allora che un secondo importante personaggio è entrato in scena: il giornalista televisivo Fu Zhenzhong. Raccogliendo una segnalazione telefonica giunta proprio da uno dei genitori della “lega”, questo giornalista di una piccola rete televisiva locale dello Henan ha deciso di investigare a fondo la storia delle fornaci (sulla quale nutriva non pochi dubbi) e per farlo si è unito a questi padri e a queste madri nelle loro peregrinazioni alla ricerca dei figli. È stata proprio la telecamera nascosta di Fu Zhenzhong a registrare le prime agghiaccianti immagini delle fornaci, trasmesse in televisione per la prima volta il 19 maggio del 2007 alle 7.30 di sera. L’effetto è stato immediato e dirompente: nei giorni successivi sono stati almeno un migliaio i genitori che si sono rivolti alla rete televisiva per chiedere aiuto.
Il merito di Fu Zhenzhong è stato quello di aver esposto mediaticamente lo scandalo e di aver fatto conoscere al pubblico l’esistenza di quelle fornaci di mattoni clandestine di cui ben pochi prima erano al corrente. È stato solamente grazie alle immagini girate da Fu Zhenzhong che centinaia di genitori sono finalmente riusciti a trovare una direzione verso la quale orientare le proprie ricerche, uscendo dall’abisso della disperazione più nera. Eppure non bisogna dimenticare che la rete televisiva di questo intraprendente giornalista non è altro che una realtà locale, il cui seguito è limitato esclusivamente alla provincia dello Henan, la zona in cui la maggior parte dei ragazzi era scomparsa. Per capire come lo scandalo sia scoppiato a livello nazionale è dunque necessario introdurre un terzo personaggio: la signora Xin Yanhua, una giovane donna di Zhengzhou. Quando nei primi mesi del 2007 suo nipote è stato salvato da una fornace di mattoni dello Shanxi da alcuni genitori della lega per la ricerca dei figli, essa, mossa da riconoscenza, ha deciso di aiutare a modo suo le ricerche di questi padri e queste madri. Sfruttando il proprio livello superiore di istruzione, essa ha inizialmente tentato di coinvolgere la stampa nel dramma di queste famiglie, ma poi, non avendo ottenuto alcun risultato significativo, ha scelto di servirsi di un nuovo strumento: la rete. Il 6 giugno del 2007, Xin Yanhua ha pubblicato su un forum locale dello Henan un post intitolato “Quattrocento padri chiedono aiuto piangendo sangue: chi verrà a salvare i nostri figli?”. Le reazioni sono state immediate: in poche ore tutti i maggiori siti internet cinesi avevano riportato il testo dell’appello, accompagnandolo con delle foto tratte dai reportage di Fu Zhenzhong. Solo allora i giornalisti dei principali organi televisivi e della carta stampata a livello nazionale hanno cominciato ad affluire senza sosta nello Shanxi ed ondate di articoli, commenti e invettive sulle fornaci dello Shanxi sono apparsi su tutti i media cinesi.
I media cinesi hanno continuato a seguire gli sviluppi della vicenda per almeno due mesi, fino alla prima metà di agosto. In questo lasso di tempo, in seno all’opinione pubblica si è sviluppato un infuocato dibattito su chi dovesse assumersi la responsabilità di quanto era accaduto. Alcuni si limitavano a rimpiangere i tempi del presidente Mao, quando, a sentire loro, una cosa del genere non sarebbe mai potuta succedere, altri proponevano analisi più articolate, in cui mettevano in discussioni le basi stesse del sistema politico cinese. Nel frattempo giovani attivisti partivano a proprie spese per la provincia dello Shanxi per unirsi alle ricerche dei ragazzi scomparsi e gruppi sempre più grandi di genitori e di volontari si aggiravano per le campagne passando al setaccio tutte le fornaci di mattoni. Le massime cariche del Partito e dello Stato emettevano indicazioni trasudanti indignazione e il governo centrale cinese, preoccupato per gli sviluppi del caso, cercava di recuperare il terreno perduto lanciando operazioni di polizia su scala interprovinciale, adottando piani quinquennali per la lotta al traffico di esseri umani e approvando leggi sul lavoro che sui media ufficiali venivano fatte passare come una risposta concreta alla tragedia delle fornaci.
Dal mese di agosto l’attenzione dell’opinione pubblica è drammaticamente diminuita e con essa quella delle autorità. A metà agosto, nel corso di una conferenza stampa il governo centrale ha annunciato che la grande indagine nazionale sulle fornaci di mattoni clandestine si era conclusa e che nel corso delle operazioni erano state salvate trecentocinquantanove persone, tra le quali dodici ragazzi e centoventuno adulti con problemi mentali. Com’era possibile allora che molti genitori non avessero ancora ritrovato i propri figli? Diversi testimoni raccontano come nel momento in cui la notizia degli imminenti controlli si era diffusa tra la popolazione, intere fornaci si fossero svuotate dalla sera al mattino, senza che dei lavoratori rimanesse più traccia. Eppure, anche di fronte a questi fatti, non sono stati molti quelli che hanno continuato a porsi degli interrogativi. Mentre le autorità davano inizio ad una controffensiva con la quale i genitori dello Henan (in particolare la signora Xin Yanhua) e i media venivano accusati di allarmismo ed esagerazione, alcune persone isolate hanno continuato a lottare perché la vicenda giungesse ad una vera conclusione, primo fra tutti IamV, uno pseudonimo dietro al quale si nasconde un giornalista che all’epoca era redattore di un importante giornale della Cina meridionale. IamV, che ha gentilmente accettato di scrivere la postfazione al presente volume, alla fine dell’estate 2007 ha aperto diversi blog su cui ancora oggi continua a fornire aggiornamenti sui principali protagonisti della vicenda, pubblica annunci per le persone scomparse e lancia iniziative benefiche come raccolte di fondi, forum e discussioni.
Sono decine, se non centinaia, le vite, le storie, le esperienze che si intrecciano nello scandalo delle fornaci clandestine, uno scandalo che tuttora prosegue nella generale indifferenza. Se alcuni genitori hanno ormai potuto riabbracciare i propri ragazzi, dei giovani che in ogni caso non saranno mai più quelli che erano prima, molti altri vivono tuttora in uno stato di costante angoscia, mentre vedono le proprie speranze affievolirsi di giorno in giorno. Quasi due anni dopo, alcune delle fornaci che allora erano finite nell’occhio del ciclone sono ancora al loro posto, rivestite da un sottile strato di legalità ispirato dalla prudenza, mentre molte altre sono sparite senza lasciare tracce. Se forse non è più opportuno parlare di fornaci associando questa realtà esclusivamente ai limiti geografici della provincia dello Shanxi, resta il fatto che fenomeni analoghi alle fornaci clandestine continuano ad esistere in diversi angoli bui della Cina, nel profondo delle campagne, là dove nessuno va a guardare. La storia narrata in queste pagine infatti non conosce limiti di tempo e di spazio: è l’eterno racconto dei forti che opprimono i deboli, dei furbi che approfittano dei semplici, dell’avidità di chi non ha mai abbastanza e del silenzio complice di intere comunità di gente impegnata a tirare avanti. Quella delle fornaci è una storia che non può invecchiare.
Interessandomi ormai da tempo alle varie sfaccettature del mondo del lavoro in Cina, sin dall’inizio ho sentito il bisogno di approfondire questa realtà. È stato leggendo gli articoli che all’epoca venivano pubblicati sulla stampa cinese che mi è venuta l’idea alla base di questo volume: perché per una volta non raccontare uno scandalo del lavoro in Cina partendo dal punto di vista dei cinesi stessi? Perché non utilizzare materiali originali per descrivere il flusso degli eventi, la psicologia dei personaggi, l’indignazione dei cittadini? Perché non approfittare di tutto ciò per estendere la riflessione al ruolo dei media cinesi nella società cinese contemporanea? Ecco dunque le ragioni per cui in questo libro sono semplicemente raccolti sei articoli apparsi sulla stampa cinese tra il giugno del 2007 e il marzo del 2008, ognuno dei quali è introdotto da una mia breve nota esplicativa. A dispetto della potenziale varietà di fonti disponibili, per garantire una certa continuità alla narrazione ho scelto di privilegiare due importanti pubblicazioni della Cina meridionale, il Nanfang Zhoumo e il Nandu Zhoukan, entrambi settimanali del gruppo editoriale Nanfang Jituan che nel tempo sono riusciti a costruirsi una reputazione anche a livello internazionale, media della carta stampata famosi per le loro coraggiose scelte editoriali e per la qualità di un giornalismo investigativo che non ha nulla da invidiare al suo omologo occidentale.
Erano tante le storie che avrei potuto scegliere, ma ho deciso di raccontare lo scandalo delle fornaci perché esso permette di capire qualcosa in più della realtà dei media cinesi. Lo sviluppo del caso delle fornaci clandestine sui media cinesi infatti è fortemente paradigmatico, la classica parabola del “giornalista solitario” che, volutamente o meno, mette in crisi il sistema. La catena di eventi è sempre la stessa: viene commessa un’ingiustizia; le vittime vagano per mesi nella generale indifferenza da un funzionario all’altro, nella speranza che qualcuno le aiuti; un giornalista viene a conoscenza della cosa e decide di approfondire la loro storia; il giornale, spesso qualche realtà locale relativamente piccola, pubblica l’indagine; internet e i media nazionali riprendono l’articolo; in seguito alla reazione di lettori e netizen si scatena una tempesta a livello nazionale.
Solamente nella migliore delle ipotesi, questo percorso giunge alla sua conclusione. Spesso una potenziale notizia si blocca a metà strada, di fronte ad uno dei tanti ostacoli che possono frapporsi ad una sua pubblicazione: può essere la corruzione del giornalista, che accetta tangenti in cambio del silenzio; può essere una prudente autocensura del giornale e della rivista; può essere un diretto intervento del potere politico, per tramite di “indicazioni” emanate dagli organi amministrativi a qualsiasi livello. Solamente le notizie che riescono a superare tutte queste barriere, possono giungere all’occhio e all’orecchio del grande pubblico e scatenare la dovuta dose di indignazione e risentimento. Naturalmente esiste anche un tipo di censura che opera a posteriori, stroncando la circolazione di una storia già pubblicata, ma ciò non succede tanto spesso quanto si crede: anche in Cina la prevenzione prevale sulla repressione, tanto più in considerazione del fatto che i nuovi media, in particolare internet, sono molto difficili da controllare.
In conclusione, se da un lato questo volume si propone di presentare al pubblico italiano uno dei più gravi scandali del lavoro avvenuti in Cina negli ultimi anni, dando un nome ed un volto ai protagonisti di questa tragedia, evitando le generalizzazioni e umanizzando in questo modo la sventura che ha colpito la psiche di un intero popolo, dall’altro l’obiettivo è anche quello di utilizzare alcune fonti di prima mano per dare al lettore straniero un’idea di quello che sono i media nella Cina di oggi, della forza e del coraggio di questi giornalisti e di queste persone che, a dispetto di tutte le forze avverse, lottano per costruire una società migliore. La decisione di raccontare la storia delle fornaci di mattoni attraverso gli occhi dei media cinesi è stata una scelta ponderata, tanto più che essa presenta l’indubbio vantaggio di prevenire facili strumentalizzazioni su un tema delicato come quello del lavoro nella Repubblica Popolare Cinese. Di fatto, anche in una vicenda tanto tragica è possibile trovare un punto luminoso, e questo sta proprio nel ruolo dei media, della rete e più in generale della nuova società civile cinese.

lunedì 8 giugno 2009

Avere una laurea e non trovare lavoro: il problema della disoccupazione intellettuale in Cina


Nello spazio sulla bacheca degli annunci ufficiali dell’Università per le lingue straniere di Pechino che solitamente viene riservato alle offerte di lavoro per gli studenti, nei giorni scorsi spiccavano un paio di fogli intitolati: “Annuncio per il reclutamento nell’esercito dei laureati della presente sessione”. In questo documento, rivolto ai laureandi che completeranno i propri studi nell’anno accademico in corso, si poteva leggere che coloro che dopo la laurea decideranno di arruolarsi per tre anni nell’esercito, al termine del servizio avranno la possibilità di godere di alcuni vantaggi, sia che decidano di trovare un lavoro negli organi pubblici a livello di base di base, sia che scelgano di riprendere i propri studi. Xiao He, una studentessa iscritta al primo anno di un master, studia con attenzione i contenuti dell’avviso: “Mi sono fermata un attimo per vedere se c’era qualche offerta di lavoro interessante, non mi aspettavo di trovare questo. Una volta l’esercito cercava di reclutare soprattutto ragazzi dalle campagne e giovani di città che non riuscivano a trovare lavoro”.

Questo annuncio è l’ennesima dimostrazione della crescente preoccupazione delle autorità cinesi nei confronti del fenomeno della disoccupazione intellettuale, un problema che solamente in anni recenti ha iniziato a piagare il paese e che lo scoppio della crisi finanziaria globale non ha fatto altro che aggravare. Come spesso accade in Cina, i numeri coinvolti sono enormi. Quando nel dicembre del 2008 gli specialisti dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno pubblicato il loro “Libro blu”, la consueta analisi sulle tendenze della società cinese per l’anno a venire, essi stimavano che alla fine del 2008 fossero ben 1.500.000 i laureati impossibilitati a trovare lavoro e prevedevano che nel 2009 la situazione si sarebbe ulteriormente aggravata, a causa della continua crescita del numero di studenti arruolati negli istituti superiori ed universitari cinesi in un periodo in cui la crescita economica si sta visibilmente contraendo.

Se si considera il fatto che in Cina l’educazione universitaria è sempre stata riservata ad una ristretta elite di “mandarini”, come è stato possibile arrivare a questo punto? Bai Limin, docente presso l’Università di Wellington in Nuova Zelanda, non mostra dubbi nel ricondurre le radici della situazione alla crisi asiatica del 1997. Le sue ricerche hanno messo in luce come all’epoca, per evitare che una nuova ondata di studenti usciti dalle scuole superiori inondasse un mercato del lavoro già sull’orlo del collasso e, ancor più, per stimolare i consumi interni e garantire così una rapida uscita dalla crisi che allora stava lambendo il paese, le autorità cinesi avessero deciso di ampliare l’accesso all’istruzione universitaria, un processo che in cinese viene definito kuozhao. In quell’occasione, in un solo anno, tra il 1998 e il 1999, l’arruolamento universitario passò da 1.080.000 studenti a 1.537.000 studenti, registrando una crescita del 41,7%.

A partire dal 1998, di anno in anno le autorità hanno incessantemente ampliato l’accesso all’università e quello che era un sistema educativo “d’elite” si è rapidamente trasformato in un sistema “di massa”, al punto che quest’anno le università cinesi arriveranno a sfornare 6.110.000 diplomati. Eppure, come scrive Bai Limin, “le condizioni socio economiche e la struttura del sistema dell’educazione superiore in Cina non erano pronte per una crescita così rapida nelle iscrizioni nelle istituzioni terziarie”. Se indubbiamente si è trattato di una decisione epocale, di fatto essa è stata presa senza valutare attentamente le esigenze del mercato del lavoro: infatti in nessun modo l’offerta di forza lavoro che esce dalle università cinesi di oggi rispecchia quella che è la domanda da parte delle imprese, straniere o locali che siano. Come ha commentato Liu Kaiming, direttore dell’Istituto per l’Osservazione della Società Contemporanea di Shenzhen:”Questo fenomeno dimostra come attualmente i posti di lavoro in Cina si concentrino in settori ad alta densità di manodopera e a basso salario, assolutamente inadatti agli universitari”.

La stampa cinese ha contribuito in più di un modo a creare un clima d’allarme. Già nell’aprile del 2007 sulle pagine del Quotidiano del Popolo si leggeva un articolo retoricamente intitolato: “I nostri laureati dovrebbero fare gli spazzini?”. Nella seconda metà del 2008 poi sui media cinesi sono apparse molte storie relative alla sorte lavorativa dei neolaureati che hanno destato preoccupazione in più di un genitore. Innanzitutto, nel novembre del 2008 è apparsa la notizia che a Canton oltre 1.300 laureati con un master alle spalle si sarebbero presentati per un posto di lavoro come venditori di carne di maiale. In quell’occasione, anche se il salario annuale offerto era di centomila yuan e il lavoro prevedeva la vendita diretta della carne solamente nel primo periodo prima di passare a posizioni manageriali più elevate, i media hanno preso la palla al balzo per raccontare la storia di questi laureati “disperati” al punto da essere disposti a diventare macellai. Quando in dicembre un’azienda di servizi igienici di Dongguan si è presentata ad una fiera dell’occupazione nella Cina meridionale offrendo posizioni ben pagate come fognaioli a condizione di avere una laurea, grida di indignazione si sono levate sul web e sui media a difesa della “dignità violata degli studenti universitari”.

Dopo queste prime avvisaglie, sui media locali e nazionali è capitato di leggere in successione una raffica di storie del genere: universitarie impiegate come strofina-schiene nei bagni pubblici di Pechino per 58 yuan all’ora; neo-laureate desiderose di trovare un lavoro come domestiche a Shenzhen; “tartarughe d’oltremare” (un termine popolare per indicare gli studenti che decidono di tornare in Cina dopo aver conseguito un titolo di studio all’estero) impiegate come estetiste in alberghi della capitale; resse di centinaia di laureati in competizione per alcuni posti da casellanti autostradali nel Zhejiang; migliaia di giovani istruiti in lotta per qualche posto da cassiere in supermercati nella provincia dello Henan; decine di universitari pronti a ricoprire il ruolo di segretario amministrativo in un tribunale sperduto nelle campagne del Jiangsu. Tutto questo sullo sfondo di fiere dell’occupazione affollate come non mai. Il messaggio che è stato fatto passare era molto chiaro: nulla garantisce ai laureati cinesi un futuro diverso da quello di un comune lavoratore migrante.

Al di là degli allarmismi dei media, ci sono serie ragioni per cui preoccuparsi. Come ha affermato Liu Kaiming: “La vera vittima di questa crisi finanziaria in Cina non sono i lavoratori migranti, ma gli studenti universitari. La crisi ha messo in difficoltà molte imprese straniere finalizzate all’esportazione e ciò è andato a colpire molti altri settori, riducendo sensibilmente le occasioni di lavoro per loro”. Dal già citato “Libro blu” dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, si apprende che già nel 2007 il tasso di disoccupazione dei neo-laureati si aggirava attorno al 12%. Di fatto, anche coloro che sono in grado di trovare lavoro hanno ben poco di cui rallegrarsi: gli ultimi dati rilasciati nei giorni scorsi dal Ministero delle risorse umane e della sicurezza sociale mostrano come circa il 70% dei giovani con istruzione superiore occupati trovi lavoro in piccole/medie imprese private, attraverso l’occupazione in proprio o con modalità di lavoro flessibile, mentre appena il 17% viene assorbito negli organi dello Stato e nelle imprese statali di grandi dimensioni. Queste ultime sono le destinazioni più ambite tra i giovani universitari cinesi, desiderosi di trovare stabilità nelle loro vite.

Le autorità cinesi hanno già elaborato alcune strategie per rimediare a questa situazione. Una prima tattica, simile alla pratica post-Rivoluzione Culturale di inviare i giovani istruiti nelle campagne, consiste nel mandare i neo-laureati a lavorare per tre anni come quadri nelle zone rurali o disagiate. Si tratta di una misura molto popolare tra gli universitari della capitale, a giudicare dal fatto che quest’anno a Pechino oltre 20.000 studenti hanno presentato la propria candidatura per appena 1.600 posti disponibili. Ma perché un giovane di oggi dovrebbe lasciare volontariamente le comodità della città e andarsene in campagna? A differenza di quanto avveniva in passato, quando l’indottrinamento politico aveva un ruolo prevalente, oggi gli incentivi sembrano essere soprattutto occupazionali. Come si scopre da un sondaggio aperto al pubblico condotto sul sito dell’agenzia ufficiale Xinhua, su 83 quadri rurali di Pechino che termineranno il proprio servizio nell’anno in corso, 41 hanno in programma di partecipare all’esame per diventare funzionari di Stato, 17 rimarranno in campagna e 12 accetteranno posizioni raccomandate dallo Stato. Simili cifre, nel loro piccolo, sembrerebbero dimostrare come la promessa di un lavoro all’interno della burocrazia statale dopo tre anni di servizio sia un elemento fondamentale nel motivare i giovani a partire per le campagne.

Una seconda strategia, già ampiamente sperimentata in occidente, consiste nel garantire una maggiore flessibilità al mercato del lavoro, un obiettivo che viene perseguito non solo attraverso l’eliminazione graduale delle barriere alla mobilità interna dovute allo hukou (il sistema di registrazione familiare, eredità dell’epoca maoista, che vincola l’individuo al suo luogo d’origine), ma soprattutto attraverso la creazione di centinaia di migliaia di posti pagati da stagista riservati ai neo-laureati. In un’intervista rilasciata lo scorso dicembre ad una rivista economica ufficiale, Hu Angang, una delle massime autorità accademiche cinesi nel campo delle politiche dell’occupazione, ha commentato: “Il nucleo della tutela dell’occupazione sta nel garantire alla gioventù dei posti di lavoro più flessibili e nello stabilire più politiche occupazionali favorevoli ai giovani”. Anche se molti specialisti guardano con favore a questa politica, ritenendola uno strumento efficace sia per alleviare la pressione sull’occupazione che per diminuire gli oneri a carico delle imprese, altri hanno obiettato che essa è in evidente contraddizione con quanto previsto dalla nuova legge sui contratti di lavoro, entrata in vigore nel gennaio del 2008, e pertanto premono perché vengano adottate adeguate misure di supporto “temporanee”. Eppure, a prescindere dall’orientamento del dibattito del mondo accademico e della società, le autorità cinesi si stanno muovendo con rapidità e decisione, tanto che a metà aprile esse hanno deciso di promulgare un piano triennale che prevede la creazione di un milione di posti pagati da stagista tra il 2009 e il 2011.

Le conseguenze della crisi saranno durevoli. Ci sono alcuni segnali che indicano come una generale sfiducia nei confronti dell’istruzione universitaria abbia già iniziato a farsi sentire tra i giovani cinesi. Dal momento che una laurea non garantisce più un posto fisso e ben retribuito, sono sempre meno i giovani disposti ad imbarcarsi in quattro faticosi anni di studi e sempre più i genitori che esitano a farsi carico di tasse scolastiche estremamente onerose. Quando qualche giorno fa le varie provincie hanno resto noti i dati relativi alle iscrizioni al gaokao (l’esame annuale di ammissione all’università) per il 2009, con un certo stupore si è avuto modo di constatare come il numero dei partecipanti abbia subito una forte flessione rispetto agli anni precedenti. Stando ai dati del Ministero dell’educazione, se tra il 2002 e il 2008 il numero di iscritti al gaokao è cresciuto ininterrottamente, passando da 5.270.000 a 10.500.000 candidati, nell’ultimo anno c’è stata una diminuzione del 3,8%, pari a 300.000 iscritti. Anche se ragioni demografiche sicuramente hanno giocato un ruolo importante in questo cambiamento di tendenza, le autorità cinesi non possono non considerare con preoccupazione questo nuovo sviluppo, tanto più che alcune province hanno registrato un vero e proprio tracollo, in alcuni casi superiore al 10%, in particolare lo Shandong e lo Henan, che hanno perso rispettivamente circa 80.000 e 29.000 iscritti.

Il punto è che le politiche adottate dal governo cinese non attaccano il nocciolo della questione, ma si limitano semplicemente a rimandare nel tempo la soluzione del problema. I giovani vengono convinti a partire per le campagne, a prestare il servizio militare, a proseguire gli studi con un master o un dottorato, ma cosa succederà tra qualche anno, quando questi ragazzi, ormai vicini alla trentina, si riverseranno in massa sul mercato del lavoro? La capacità del governo di creare nuovi posti di lavoro nell’apparato statale è limitata e, per quanto sia lecito sperare che un miglioramento della situazione economica porti alla creazione di un numero sufficiente di nuovi posti di lavoro, il rischio di un deterioramento dell’ordine pubblico è molto concreto. Se per ora sembra che i laureati cinesi non ritengano il governo responsabile di questa situazione, nessuno può prevedere gli sviluppi futuri, specialmente nel caso in cui la disoccupazione intellettuale dovesse legarsi ad altre problematiche sensibili quali l’aumento dei prezzi, la corruzione ufficiale e lo sfruttamento del lavoro, come già è avvenuto alla fine degli anni Ottanta. Di fatto, in un’epoca di crisi essere giovani ed avere una laurea non è di grande aiuto. Neppure in Cina.

sabato 6 giugno 2009

Una giornata particolare a Pechino


Un breve diario in presa diretta del quattro giugno che ho scritto per l'Unità...


Per settimane la stampa straniera non ha fatto altro che ricordare l’imminente ricorrenza del ventesimo anniversario del massacro di Tiananmen, sicché ora che il quattro giugno è arrivato davvero sembra che sia rimasto ben poco da dire. Eppure, scavando nella quotidianità della vita di Pechino, forse ci sono ancora alcune piccole storie che vale la pena raccontare.

Quel pomeriggio, passeggiando per le strade del centro sembrava quasi di rivivere quell’atmosfera olimpica che l’anno scorso ha avvolto la città per mesi interi. Esattamente come allora, capannelli di volontari sostavano ai lati delle strade ad intervalli regolari, per la maggior parte candidi vecchietti orgogliosi di sfoggiare al braccio una fascia rossa con la scritta “controllori dell’ordine pubblico”. La solita leva che il Partito mobilita nelle grandi occasioni, quando ha bisogno di occhi vigili ad ogni angolo di strada.

Nel caso in cui si fosse riusciti a superare questo formidabile schieramento di ottuagenari e ad arrivare sulla piazza, ci si sarebbe trovati di fronte alla nuova temibile arma messa a punto dalla polizia cinese: l’ombrello. Le telecamere di più di una rete televisiva straniera hanno registrato le immagini di poliziotti in borghese che, armati d’ombrello in una giornata piena di sole, camminavano con disinvoltura di fronte all’obbiettivo, cercando di bloccare ogni ripresa della piazza.

Anche le università hanno fatto i loro preparativi. Nei giorni scorsi i principali atenei di Pechino hanno tenuto incontri per istruire i docenti e il personale su come affrontare questa pericolosa ricorrenza. E’ stato allora che le autorità hanno lanciato il loro tassativo avvertimento: “Il quattro giugno è vietato vestirsi di bianco”. Inutile ricordare come il bianco sia il colore del lutto in Cina.

Infine veniamo ad internet e alla censura. Negli ultimi giorni diversi siti web stranieri sono stati “armonizzati” in Cina (tra gli altri Twitter, Flickr e Hotmail, che si sono aggiunti a YouTube, Blogger e Wordpress), mentre molti portali cinesi hanno scelto la più prudente via dell’autocensura, appendendo per qualche giorno la targa “chiuso per manutenzione”. Stranamente, i siti dei grandi giornali internazionali, con le loro interviste ai vari dissidenti e i filmati e le foto d’epoca sono rimasti pienamente accessibili. Ciliegina sulla torta, nel pomeriggio del quattro giugno Hotmail ha ripreso a funzionare normalmente, con grande sollievo di molti, tra cui il sottoscritto.

Nei giorni scorsi qualche giornalista è stato fermato e portato alla polizia, le voci dissidenti sono state prontamente allontanate dal centro delle grandi città, le madri di Tiananmen hanno lanciato i propri appelli. Purtroppo è quello che succede ogni anno, niente di nuovo. Se solo quest’anniversario non fosse stato il ventesimo…

domenica 31 maggio 2009

La rete in Cina tra manipolazione dell’informazione e intimidazione giudiziaria


In uno dei miei post precedenti sostenevo che la peculiarità dei netizen cinesi sta non tanto nel loro numero, quanto nell’attivismo e nel senso di coesione che essi continuano a dimostrare a dispetto del contesto molto difficile in cui si trovano ad operare. E’ chiaro che le potenzialità della rete come strumento di mobilitazione di massa non sfuggono alle autorità cinesi, le quali da anni sono alla ricerca di strumenti adeguati per il controllo dell’informazione sul web. In base ad una mia sommaria analisi, oserei dire che ad oggi sono tre le strategie principali di cui il governo cinese si serve per tenere sotto controllo il “popolo della rete”: la censura, la manipolazione dell’informazione e l’intimidazione per via giudiziaria. Se i media occidentali tendono a privilegiare la problematica della censura, le altre due strategie – più subdole, più complesse e pertanto più pericolose – spesso rimangono in secondo piano.


La manipolazione dell’informazione

Consideriamo innanzitutto la questione della manipolazione dell’informazione. In Cina esiste un vero e proprio esercito di persone che sono pagate esclusivamente per postare su internet commenti orientati nella direzione stabilita di volta in volta dai loro datori di lavoro, nella maggior parte dei casi le autorità locali. Questi manipolatori professionisti vengono chiamati “partito dei cinquanta centesimi” (wumaodang), un nomignolo che viene loro assegnato in base a quello che si vuole sia il loro compenso per ogni singolo commento pubblicato in rete. Nella migliore delle ipotesi essi si limitano a pubblicare apologie nei confronti delle autorità, nella peggiore mettono in circolazione menzogne talmente verosimili che un lettore non riesce più a distinguere il vero dal falso, cadendo in un vortice di contraddizioni che inibisce una sua qualsiasi presa di posizione.
Per avere un esempio di apologia, basta cliccare su questo link, che rimanda ad una discussione attualmente in corso sul forum Tianya. Il post iniziale è come segue: “Prima non lo pensavo, ma ultimamente ho visto molte foto e anche alcuni filmati del BOSS [sic, riferito al presidente Hu Jintao] e mi sono reso conto che il nostro BOSS non solo è assolutamente maestoso e serio nelle maniere e nei modi, ma anche che la vera conoscenza non è appariscente…”. Il dibattito che segue sul forum lo può seguire anche chi non sa il cinese, perché non è nient’altro che una lunga serie di fotografie e brevi filmati del presidente Hu Jintao accompagnati da commenti estasiati.
Per avere un chiaro esempio di manipolazione dell’informazione invece si può considerare quanto è avvenuto nel giugno dell’anno scorso, in occasione dell’incidente di massa di Weng’an nel Guizhou, quando il presunto insabbiamento dell’omicidio (o suicidio?) di una ragazzina da parte della polizia ha innescato una reazione a catena che ha travolto i funzionari locali e ha rischiato di estendersi a tutta la provincia, se non a tutto il paese. Allora il “partito dei cinquanta centesimi” è intervenuto diffondendo su internet voci contrastanti che nessuno ha mai avuto modo di verificare, gettando fango sugli stessi famigliari della vittima e difendendo l’operato delle attività locali. Di fronte a versioni dei fatti completamente opposte, nessuno è stato più in grado di distinguere la verità dalla menzogna. A confronto dell’ingenuità di strategie come l’encomio del grande “boss” descritto in precedenza, azioni come questa fanno rabbrividire per le loro potenziali implicazioni per il futuro dell’informazione sulla rete, in Cina come nel resto del mondo.

L’intimidazione giudiziaria

Quella dell’intimidazione giudiziaria è una strategia che le autorità cinesi hanno deciso di adottare solo di recente, come risulta evidente se si prendono in considerazione un paio di casi che hanno suscitato scalpore negli ultimi mesi.
Innanzitutto vi è la storia di Wang Shuai, un giovane di ventiquattro anni originario della contea di Lingbao nello Henan, ma da tempo residente a Shanghai per lavoro. Il 12 febbraio scorso, mentre si trovava a Shanghai, egli ha pubblicato un post in cui denunciava alcuni abusi delle autorità della propria contea di origine nell’ambito della requisizione delle terre dei contadini per far spazio ad una nuova area industriale. Allora questa sua denuncia è stata immediatamente ripresa dai principali forum e portali cinesi, un fatto che non solo ha sucitando l’indignazione del pubblico, ma ha anche attirato l’attenzione delle autorità. Trovandosi lontano da casa, Wang pensava di essere al sicuro da eventuali ritorsioni, ma il 6 marzo ha avuto una brutta sorpresa: due poliziotti in borghese della polizia di Shanghai, accompagnati da due poliziotti provenienti da Lingbao, hanno prelevato il giovane sul posto di lavoro e lo hanno posto in detenzione amministrativa.
Né gli amici né i famigliari hanno ricevuto alcuna notifica. Dal 6 al 9 marzo, Wang Shuai è stato tenuto in guardina a Shanghai, poi è stato trasferito a Lingbao in treno, incatenato alla sua cuccetta tra gli sguardi sospettosi ed impauriti degli altri passeggeri. Solamente il 13 marzo ha riottenuto la libertà, ufficialmente per insufficienza di prove, in realtà in seguito ad un accordo informale stretto tra la sua famiglia, avvertita nel frattempo, e la polizia locale. Spinto dalla pressione del “popolo della rete”, a metà aprile il vice-capo della provincia dello Henan, nonché direttore del dipartimento della pubblica sicurezza provinciale, ha ammesso pubblicamente che l’arresto è stato il frutto di un errore degli organi di polizia locali e ha affermato che sono già state avviate le procedure per garantire a Wang Shuai un rimborso statale. Intervistato a inizio aprile dal Qingnianbao, Wang ha commentato: “All’inizio pensavo solo di aiutare gli amici della contea a fare qualcosa, il risultato è che mi sono messo in guardina. Ripensandoci adesso, il fatto di essere riuscito ad uscire è già una grande fortuna: si può dire che ho imparato la lezione”.
Il secondo caso è avvenuto in Mongolia Interna e si è svolto in un arco di tempo di oltre due anni, tra il 2007 e il 2009. Pur presentando caratteristiche analoghe al caso già descritto, esso non ha suscitato una reazione altrettanto forte nell’opinione pubblica cinese. Dopo aver ricevuto la telefonata di un amico che si lamentava della requisizione illegale di terreni agricoli nelle sua terra d’origine, Wu Baoquan, un uomo d’affari di trentanove anni originario della città di Ordos in Mongolia Interna da tempo residente a Qingdao nello Shandong, nel settembre del 2007 ha deciso di pubblicare un post di denuncia. L’unico risultato che ha ottenuto è stato che il 16 settembre, appena dieci giorni dopo la pubblicazione del post, tre poliziotti di Ordos hanno bussato alla sua porta e lo hanno riportato nella città natale, mettendolo in detenzione amministrativa per dieci giorni. Il giorno successivo anche l’amico che gli aveva raccontato i fatti è andato incontro alla stessa sorte.
Per nulla intimidito da questa esperienza, Wu Baoquan nell’ottobre e novembre del 2007 ha pubblicato un’altra serie di post in cui, con toni esasperati, portava all’attenzione del pubblico nuovi problemi legati alla situazione dei contadini del suo luogo d’origine, senza però suscitare grandi reazioni da parte dei netizen. Il 17 aprile del 2008 mentre si trovava nella città di Shenyang nella provincia del Liaoning, egli è stato nuovamente arrestato dalla polizia di Ordos, questa volta con l’imputazione di aver diffamato altre persone e il governo diffondendo informazioni fasulle. Condannato in primo grado ad un anno di carcere per diffamazione, Wu Baoquan ha deciso di far ricorso, ma non ha ottenuto altro che un inasprimento della pena: il 10 marzo 2009 egli è stato condannato a due anni di carcere. Un ulteriore ricorso ha confermato questa sentenza, che il 17 aprile 2009 è passata definitivamente in giudicato.
Una delle ragioni per cui questi due casi hanno fortemente allarmato i netizen cinesi, è il fatto che le indagini di polizia hanno coinvolto gli organi della pubblica sicurezza di province completamente differenti. Si tratta di un segnale da non sottovalutare in un contesto frammentato come quello cinese, in cui ogni provincia ed ogni dipartimento tende a pensare e ad agire per conto proprio, sollevando in continuazione questioni di giurisdizione o competenza. Ciò dimostra la volontà delle autorità cinesi di rafforzare la cooperazione per far fronte comune nei confronti delle minacce provenienti dalla rete.

Conclusioni

Come ho già avuto modo di scrivere, il “popolo della rete” è una realtà estremamente attiva in Cina e come tale costituisce un motore di cambiamento sociale con enormi potenzialità. Eppure, nonostante ci siano alcune ragioni per essere ottimisti, sono ancora molte le sfide con cui i netizen cinesi devono confrontarsi. Considerando il fatto che la censura è facilmente aggirabile e l’intimidazione giudiziaria, per quanto minacciosa, rimane una realtà marginale difficilmente applicabile nei casi più sensibili a causa del senso di solidarietà intrinseco al “popolo della rete” (il principio in questo caso è quello dell’”ucciderne – metaforicamente – uno per educarne cento”), il vero problema rimane quello della manipolazione dell’informazione: in assenza di media completamente liberi, la possibilità di occultare le realtà più scomode attraverso la creazione sistematica di una cortina di menzogne rimane l’unica carta vincente nelle mani delle autorità.

mercoledì 27 maggio 2009

Il vecchio stolto è stato armonizzato



Dopo alcuni mesi di relativa tranquillità, una decina di giorni fa le autorità cinesi hanno deciso che era ora di “armonizzare” nuovamente blogspot. Con il quattro giugno alle porte, era solamente una questione di tempo e nessuno si è veramente stupito di fronte a questa ennesima infantile censura: il governo cinese su queste cose non si smentisce mai.
Tra milioni di altri blog, anche il vecchio stolto è stato armonizzato. Se sono riuscito a pubblicare gli ultimi post, è stato solamente attraverso un proxy e grazie all’aiuto di alcune persone che dall’estero mi hanno aiutato ad inserire i contenuti. Eppure, nonostante tutto, questo blog rimane pienamente accessibile ai lettori in Cina, a patto di essere disposti a fare il minimo sforzo di scaricare qualche programma. Nell’epoca della rete in Cina, l’unico strumento in grado di garantire il successo della censura è esclusivamente la pigrizia della gente.
Ho sempre pensato e continuo a pensare che la censura sia un fenomeno marginale se si vogliono comprendere le dinamiche della rete nella Cina di oggi. Su questo non cambio idea, pertanto non ho intenzione di approfittare di questa occasione per lanciarmi in filippiche o sermoni sull’importanza della libertà di espressione, come ho letto da più parti in occasione del blocco di YouTube.
Che cosa succede quando un blog viene censurato? Semplicemente si trasferisce. Quando le autorità cinesi hanno chiuso la piattaforma Bullog.cn qualche mese fa, è stato come assistere ad un esplosione in cui frammenti impazziti si sono sparsi per tutta la blogosfera. Dove un tempo c’era una sola massiccia entità, poi c’erano migliaia di singoli blog scritti da persone ancora più arrabbiate di prima. E’ evidente che nessun blogger cinese o straniero è disposto a rinunciare ad esporre le proprie idee solamente perché è stato “armonizzato”.
Il vecchio stolto nel suo piccolo non fa eccezione. Ora che la sua accessibilità dalla Cina si è visibilmente ridotta, esso si trasferisce in una nuova sede, al riparo da ogni “armonizzazione”, su un nuovo blog che si chiamerà “Appunti Cinesi” e sarà ospitato sulla pagina web de L’Unità (questo è il link). Nel frattempo, questo blog non verrà chiuso: anche se si tratta di un esperimento nato quasi per gioco non molti mesi fa, ormai mi ci sono affezionato. Il vecchio stolto continuerà a cercare di spostare la montagna ancora per molto tempo.

domenica 24 maggio 2009

Concentrarsi sulla sopravvivenza: in memoria di Zhao Tielin (1948-2009)


Questa sera, mentre camminavo in uno hutong nei pressi di piazza Tiananmen di ritorno dal concerto pechinese di Ennio Morricone, mi è capitato di passare di fronte ad un ristorante che solitamente funge da ritrovo per alcuni fotografi ed artisti cinesi. E’ stato proprio intorno ad uno di quei tavoli che poco più di un anno fa ho avuto modo di conoscere Zhao Tielin, uno dei più importanti fotografi cinesi contemporanei, noto al grande pubblico soprattutto per una serie di opere sull’argomento della prostituzione, la più famosa delle quali è probabilmente il volume “Concentrarsi sulla sopravvivenza”. Dal momento che nelle scorse settimane su internet avevo letto voci allarmanti sulla salute di Zhao Tielin, mi sono fermato a chiedere informazioni al padrone del locale ed è stato così che sono venuto a sapere che egli si è spento la scorsa settimana in seguito ad una lunga malattia.


Nato nel 1948, l’anno precedente la fondazione delle Repubblica Popolare Cinese, da due alti quadri del Partito Comunista, Zhao Tielin ha attraversato le stesse crisi e le stesse tribolazioni che hanno colpito un’intera generazione di cinesi. Alla fine degli anni Cinquanta ha assistito alla caduta politica del padre, personaggio importante nell’establishment dell’esercito. Durante la Rivoluzione Culturale, ha vissuto la tragedia del suicidio della madre, sottoposta a continue campagne di critica e denuncia. Alla fine degli anni Sessanta è dovuto partire per la campagna dello Henan, anche allora una delle regioni più arretrate del paese, ove è rimasto per più di dieci anni svolgendo i lavori più umili. Una volta rientrato a Pechino alla fine degli anni Settanta, è riuscito a superare l’esame di ammissione all’Istituto Aeronautico di Pechino dove ha proseguito gli studi nel campo dell’automazione industriale, solamente per rendersi conto dopo la laurea di essere già troppo vecchio e di non poter competere con i laureati più giovani. Alla fine degli anni Ottanta, avvalendosi del prestigio del padre, le cui fortune politiche avevano avuto una svolta per il meglio con la fine della Rivoluzione Culturale, ha deciso di “gettarsi nel mare” degli affari aprendo due imprese tecnologiche, una a Zhengzhou nello Henan ed un’altra ad Haikou sull’isola di Hainan, le quali però sarebbero fallite miseramente dopo qualche anno.


A quarantasei anni, senza un soldo e senza un lavoro, Zhao Tielin si è trovato a dipendere economicamente da quello che per anni per lui era stato solamente un hobby: la fotografia. In particolare, un soggetto privilegiato dei suoi lavori erano le prostitute che lavoravano nei locali dell’isola, le quali lo contattavano spesso per commissionargli dei ritratti che poi finivano per decorare le pareti delle loro stanze. Negli anni in cui era stato impegnato a porre le basi per la sua attività imprenditoriale ad Hainan, Zhao Tielin aveva avuto modo di conoscere molte di queste ragazze, in quanto si trovava spesso a dover invitare a cena quadri e banchieri del posto, personaggi che potevano garantirgli un fondamentale sostegno nei suoi affari. Generalmente i loro incontri si svolgevano nei locali e nelle sale da ballo di Haikou, luoghi frequentati da quelle che allora come oggi venivano definite “donne da bar”, ragazze di bell’aspetto provenienti da tutta la Cina, attirate ad Hainan dal miraggio di un buon lavoro e di un facile guadagno.


E’ stato allora, di fronte al suo fallimento come imprenditore e all’ennesima crisi della sua esistenza, che Zhao Tielin ha deciso di dare una nuova inattesa svolta alla sua vita, intraprendendo la carriera artistica e dedicando il proprio lavoro fotografico all’indagine sociale sul problema della prostituzione. Il suo percorso si è intrecciato in maniera sempre più stretta con quello di un folto gruppo di ragazze che erano giunte dalle campagne di tutta la Cina con molte speranze e che alla fine si erano trovate a vendere il proprio corpo per sopravvivere. Per alcuni anni Zhao Tielin ha passato intere giornate con loro, ha vissuto negli stessi luoghi, le ha fotografate, ci ha conversato, ha ascoltato le loro storie ed i loro problemi e le ha accompagnate quando occasionalmente tornavano ai loro villaggi natali. La sua penna e l’obiettivo della sua macchina fotografica hanno poi raccontato al mondo il dramma quotidiano di queste giovani donne e i retroscena più oscuri di una società in transizione.


Per commemorare Zhao Tielin, qui di seguito ripropongo una sua intervista che ho registrato a Pechino nel maggio del 2008. In essa vengono toccati alcuni dei punti chiave della vita e dell’opera di questo autore: la sua storia personale, le ragioni dell’interesse verso la questione sociale delle prostitute, il metodo della ricerca sul campo,l’importanza della storia, il valore della fotografia come testimonianza. Il ritratto che ne emerge è quello di un intellettuale cinese moderno, un autore in grado di sfruttare tutti gli spazi a sua disposizione per portare avanti una critica sociale corrosiva senza mai valicare i limiti impliciti stabiliti dal sistema politico. Eppure, interrogato su questo punto, Zhao Tielin è stato molto chiaro: la storia è la storia, nessun individuo può cambiarla, tantomeno lo scrittore con le sue opere. Questo fatalismo di fondo, la fiducia nelle forze impersonali della storia e la convinzione che la fotografia possa avere al massimo un valore testimoniale per i posteri, non hanno tuttavia impedito a Zhao Tielin di dare un contributo fondamentale alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica cinese sui drammi della prostituzione e dell’emarginazione sociale in un paese in cui, per usare le sue parole, l’importanza del denaro è tale che “si ride dei poveri ma non delle prostitute”.



Come prima cosa, potrebbe brevemente raccontarci come Zhao Tielin è diventato Zhao Tielin? Quali sono state le esperienze fondamentali che l’hanno portata ad essere quello che è?

Sono nato nel 1948, nel periodo in cui in Cina c’era ancora la guerra civile tra il Partito Nazionalista e il Partito Comunista. Sono nato sul campo di battaglia. I miei genitori erano entrambi militari del Partito Comunista ed io teoricamente avrei dovuto beneficiare di questo stato di cose, ma alcuni anni dopo la Liberazione, precisamente il 17 settembre del 1959, sul Quotidiano del Popolo è apparso un articolo nel quale si riportava un’ordinanza del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale Popolare con la quale mio padre veniva sollevato dal suo incarico perchè aveva commesso degli errori. Come conseguenza abbiamo dovuto lasciare gli strati superiori della società, quella parte della società che beneficiava della situazione. Poi c’è stata la Rivoluzione Culturale e mia madre, che poteva essere considerata un quadro dirigente, è stata sottoposta a sessioni di critica e lotta nella sua unità di lavoro e un giorno, non potendone più degli spietati pestaggi e delle umiliazioni, si è suicidata gettandosi in un fiume qui a Pechino. Allora aveva 43 anni. Da quel momento non ho più avuto nessun appoggio e allora sono partito per la campagna. Correvo da una parte all’altra del paese, cercando aiuto presso parenti e amici, ma nessuno di questi mi voleva accogliere, a causa dello sfondo politico della mia famiglia. Sono corso ovunque, poi alla fine mi sono fermato in campagna e sono diventato un contadino: coltivavo la terra, insegnavo alla scuola elementare, facevo lavori pesanti. Ho fatto il muratore, ho cotto mattoni, ho persino costruito case, quindi posso dire di aver fatto esperienza di molte cose. Dopo la fine della Rivoluzione Culturale, ho superato l’esame di ammissione all’università e sono entrato nell’Istituto Aeronautico di Pechino per studiare automazione industriale. Dopo aver studiato automazione sono rientrato nella corrente principale della società e nel mio dipartimento ricoprivo la carica di capufficio. Eppure presto mi sono reso conto che ormai ero invecchiato: tutti noi abbiamo sprecato dieci anni a causa della Rivoluzione Culturale, dieci anni passati a lavorare senza il tempo per studiare. Quando ho iniziato a frequentare l’università avevo già 29 anni e mi sono laureato a 33 anni, quando gli altri normalmente si laureano a 20 anni. Non c’era modo di competere con gli altri, e pertanto ho abbandonato il dipartimento e mi sono messo a fare indagini sulla società.

La sua vita ricalca in maniera fedele quella di un’intera generazione di cinesi. La generazione nata negli anni Cinquanta ha dovuto fare i conti con crisi pressochè continue: alla fine degli anni Cinquanta avete dovuto affrontare i tre anni di carestia dovuti al fallimento del Grande Balzo in Avanti, negli anni Sessanta siete stati coinvolti nella Rivoluzione Culturale, negli anni Settanta siete stati mandati in campagna per essere rieducati dai contadini. Quando poi siete tornati in città negli anni Ottanta eravate già avanti con l’età, non avevate ricevuto nessuna istruzione e non c’era lavoro a sufficienza per tutti, pertanto lo Stato ha deciso di mandare anticipatamente in pensione i vostri genitori e di farvi subentrare al loro posto nelle grandi imprese statali, solamente per poi licenziarvi negli anni Novanta in seguito alle grandi riforme del sistema industriale. Per queste ragioni molti vi definiscono una “generazione perduta”. Lei cosa pensa di questa definizione?

Questa definizione è superficiale. La Cina è un paese molto complicato, completamente diverso dai paesi europei e dall’Italia. Per diversi millenni la Cina ha avuto un sistema politico in cui l’imperatore era al centro e solamente ora sta gradualmente trasformandosi in una società civile. Ora siamo nel mezzo di questo processo di transizione, una transizione che sicuramente proseguirà e un giorno giungerà a compimento. Perchè è così? Da un lato ora noi abbiamo un sistema autoritario centralizzato, vale a dire che è l’autorità che gestisce lo Stato, ma allo stesso tempo sono state eliminate le differenze politiche nell’identità degli individui. In passato vi erano proprietari terrieri, contadini ricchi, controrivoluzionari, elementi di destra, e tutti questi appartenevano agli strati più bassi della società. Non importava se tu avessi commesso un errore o no, la società era comunque tenuta a discriminarti. E ora? Le identità politiche non esistono più e questo è già un passo avanti. Oggi in che modo si misurano le identità sociali degli individui? Si misurano in base alla logica del profitto economico, c’è una sola condizione, vale a dire se tu hai soldi o non ne hai. Basta avere dei soldi per innalzare la propria identità sociale, se non hai soldi la tua identità sociale è piuttosto bassa. In ogni caso si ha comunque la possibilità di scegliere: basta che tu sia intelligente, abbia le capacità di agire, sopporti la fatica e un giorno sicuramente un giorno avrai dei soldi.

Quindi ritiene che la sua generazione non sia affatto perduta, neppure da un punto di vista psicologico?

No, la nostra generazione non è assolutamente una generazione perduta. E’ la generazione che è nata negli anni Ottanta ad essere perduta, quelli che per l’incidente del Tibet attaccano il Carrefour. La nostra generazione si è trovata nel messo di enormi sommovimenti, è passata attraverso numerose esperienze sufficienti a far trovare alla gente il corretto modo di pensare. Ho letto molti libri, nell’educazione che abbiamo ricevuto c’è di tutto. Ora i giovani dicono che dovremmo boicottare il Carrefour e altre cose. Allora io ricordo loro una cosa: nel 1860 l’esercito anglo-francese ha dato fuoco al giardino imperiale Yuanmingyuan qui a Pechino, una cosa ben più grave della cosiddetta indipendenza del Tibet. Allora perchè non tagliare i rapporti diplomatici con l’Inghilterra e con la Francia? La storia è storia, il suo cambiamento non segue la volontà degli individui ed è questo il principio che noi a poco a poco abbiamo avuto chiaro. Quando noi eravamo giovani scendevamo in strada a manifestare fino a sera. Al tempo della guerra di Corea dovevamo attaccare i lupi selvaggi americani e l’educazione che allora ricevevamo ci diceva che in America vivevano lupi e non persone, che solo la Cina poteva salvare il mondo intero. In realtà noi non riuscivamo neppure a consumare un pasto decente, ma dovevamo comunque salvare il mondo intero. Cos’era tutto ciò? L’educazione che si riceveva a quell’epoca era davvero parziale, ma era questa la direzione in cui si muovevano le persone. Le esperienze che attraversi sono molte e allora nella tua mente si fa chiarezza. In questo modo ti raffreddi e riesci a capire che l’errore dei giovani di oggi è lo stesso che noi abbiamo commesso da giovani. Loro si limitano a commettere i nostri stessi errori. Il pregio della nostra generazione sta nell’avere sperimentato tutte le cose sperimentate dallo Stato, nell’aver visto tutte queste cose. Quei “piccoli giovani arrabbiati” (xiaofenqing) di oggi vanno a fare casino, non importa se per il Carrefour o questo o quello, ma in realtà questo cos’è? Nient’altro che una dimostrazione del fatto che loro sono molto infantili. Loro non sanno che tra il mondo occidentale ed il mondo orientale ancora oggi vi sono grandi differenze sostanziali. Ad esempio sui giornali stranieri puoi esprimere un punto di vista, si può controbattere e si può anche litigare; sui giornali cinesi non si può litigare, si può avere una voce sola. Questo come può essere uguale? E’ certamente differente. I giovani cinesi possono scegliere, possono fare delle scelte per quanto concerne l’aspetto economico, ma se il tuo punto di vista diverge da quello del potere politico dello Stato allora ti arrestano e ti definiscono “dissidente”. Però almeno possono scegliere la loro vita economica e il loro stile di vita. Quando eravamo giovani noi non potevamo neppure scegliere il nostro modo di vivere. Se ci innamoravamo e instauravamo un rapporto, venivamo immediatamente condannati: era una colpa che allora veniva definita come adulterio. E oggi chi viene imprigionato? Sicuramente non è possibile che gli studenti universitari vengano imprigionati. La Cina in questi decenni è davvero molto cambiata.

Riprendendo il filo della sua storia personale, dopo essersi laureato lei ha deciso di lasciar perdere una carriera nel campo dei suoi studi per svolgere delle indagini sociali. Può spiegarci le ragioni alla base di questa sua scelta?

La sete di conoscenza dei giovani è uguale in tutto il mondo. Quando ho iniziato a frequentare l’università, non pensavo assolutamente ad interessarmi di sociologia e ciò di cui avevo appena iniziato ad occuparmi erano le scienze e l’ingegneria. Tuttavia in seguito mi sono reso conto del fatto che per studiare queste cose ero già troppo vecchio e che non potevo già più ottenere risultati sorprendenti, quindi ho iniziato ad approfondire la società. Per studiare la società bisogna leggere molti libri e io ho letto di tutto, da Freud a Heidegger, inclusa la storia di molti paesi stranieri, tra cui l’Italia, Roma e l’Europa. Dopo aver letto così tanto, sentivo di avere un capitale alle mie spalle. Oltre a questo capitale avevo altre tre cose dalla mia parte: in primo luogo, avevo l’esperienza sociale, una cosa che non tutti hanno; in secondo luogo, avevo ottenuto attraverso lo studio le conoscenze che avrei dovuto avere; in terzo luogo avevo un mezzo per esprimermi. Mi chiedevo come esprimere le mie idee e mi dicevo che se avessi scritto articoli molto probabilmente non avrei potuto andare contro la volontà del centro, non avrei potuto scrivere come volevo e, ancora peggio, se avessi toccato argomenti sensibili i miei articoli con ogni probabilità non sarebbero mai stati pubblicati. Dunque come potevo fare? E’ stato allora che ho scelto l’arte, ho scelto di fotografare. Mi dicevo che così all’apparenza non avrei fatto alcuna analisi e i miei libri avrebbero potuto essere pubblicati, mentre se avessi fatto un’analisi esplicita i miei libri non sarebbero mai stati stampati. Quindi devi adattarti alla vita, devi adattarti alla società. Ora ci sono molti giovani che remano contro la società e alla fine finiscono in prigione. Anche se il loro modo di pensare non necessariamente è sbagliato, i loro metodi sono un po’ estremi e non si adattano molto alla Cina. Parlo di persone come Hu Jia.

Ha mai pensato che attraverso la fotografia avrebbe potuto contribuire alla risoluzione di certe problematiche sociali?

Io non posso cambiare la società. Pensa a Sima Qian, lo storico di corte dell’imperatore Wudi della dinastia Han: poteva forse egli influenzare l’imperatore? Certamente no. Come poteva questo grande storico realizzare se stesso? Egli non poteva arrivare a toccare l’imperatore, ma si limitava a registrare le cose. Io, in quanto persona comune del popolo, come potrei influenzare le politiche dello Stato? Almeno io ho conservato queste immagini della società, per far sì che i posteri possano vedere le cose così come sono sulle basi da noi poste.

Quindi le sue opere hanno essenzialmente la funzione di una testimonianza?

Non si può cambiare la società. In Cina c’è una società autoritaria, vale a dire che qui tutte le risorse sociali sono controllate dallo Stato. In questo modo la forza di un individuo è piena di vincoli, ma questo non significa che il singolo sia inutile. L’utilità sta nel fatto di approfittare delle cose che possono essere fatte per registrare quella che è la società, per lasciare alla società alcuni materiali. Lo scopo di tutti i miei libri è quello di lasciare qualche materiale alla società, dando così ai posteri almeno la possibilità di capire come vivevamo noi, gli uomini di quest’epoca. Già questo non è per niente semplice. La Cina ora sta attraversando un periodo di transizione sociale, se tu remi contro i superiori vieni messo in prigione ancora prima di cominciare. Questi giovani non hanno attraversato la Rivoluzione Culturale, non sanno che nella Rivoluzione Culturale quelli che l’avevano seguita con maggior prontezza e maggior fedeltà alla fine sono finiti tutti in prigione: quando Nie Yuanzi, professoressa di filosofia dell’Università di Pechino, aveva scritto il primo dazibao, Mao Zedong era molto contento, ma alla fine lei è stata condannata. Quindi in Cina i comuni cittadini devono fare attenzione ad addentrarsi nel caos della politica: non è che non ci sia niente da fare, si tratta solo di adattarsi alle circostanze.

Una delle principali tematiche sociali di cui lei si è occupato è quella della prostituzione: qual è stato il percorso personale che lo ha portato ad affrontare questo argomento?

E’ piuttosto difficile da spiegare. Devi sapere che quando eravamo giovani i maschi e le femmine a scuola non si parlavano, ed era semplicemente impensabile che tu andassi con una ragazza, perchè questo sarebbe stato definito un atteggiamento non integro. Per queste ragioni, quando eravamo giovani ci siamo trovati a vivere in una società fondamentalmente chiusa, nella quale non era possibile neppure immaginare che ci piacesse una ragazza, perchè questo sarebbe stato un errore definito come “mentalità borghese”. Dopo l’avvio delle politiche di riforma ed apertura alla fine degli anni Settanta, sono andato nel sud della Cina e mi sono guardato intorno: com’era possibile che ci fossero così tante belle ragazze? Non avevo mai visto così tante ragazze, tutte molto giovani e molto belle, e quindi ero molto interessato. Prima nella mia mente non c’erano mai state donne, ma una volta entrato in quell’ambiente ho cominciato a pensare che si trattasse di un fenomeno che valeva la pena approfondire. Voglio dire, se in quel periodo mi fossi trovato in Italia, sicuramente non avrei approfondito questo problema, perchè lì dappertutto c’erano donne ed era anche possibile nuotare insieme. Nella Cina di una volta, i ragazzi e le ragazze non potevano neppure trovarsi nella stessa piscina. Come potevi entrare in contatto con una ragazza? Se tu prendevi la mano di una compagna, il giorno dopo venivi criticato dal professore, quindi non si può proprio immaginare com’era la nostra epoca. Come ha detto di me un mio amico dell’Accademia di Scienze sociali io sono “una vecchia casa che una volta che ha preso fuoco è difficile salvare”. Prima dell’apertura del paese non avevo mai visto queste cose. All’epoca non c’erano film stranieri ma solo film sovietici come “Proteggere Stalingrado” o “Lenin nel 1918”. Tutte le opere di allora erano lavori politici di estrema sinistra e in quelle circostanze non avevamo modo di venire a conoscenza dell’ambiente in cui le persone si sarebbero trovate a dover sopravvivere, era una cosa semplicemente impossibile. Non si può davvero immaginare come eravamo allora. Dal momento che mi piaceva la letteratura, spesso sono stato criticato dalla scuola. Quando frequentavo la scuola media sono stato criticato perchè avevo scritto un saggio intitolato “Acqua che scorre lentamente”: per loro era troppo lirico, un esempio di mentalità borghese. Dopo che in seguito alle politiche di riforma ed apertura le grandi porte un tempo proibite si sono spalancate, volevo andare ovunque a dare un’occhiata. Quando ho visto le ragazze cinesi che si servivano di simili metodi per risolvere la questione della propria sopravvivevenza, ho pensato di registrare questa cosa. Si tratta di un passo molto importante che prima o poi si rivelerà molto utile.

Concretamente quando ha cominciato le sue ricerche sull’argomento?

Nel 1990 sono andato sull’isola di Hainan nel sud della Cina per aprire un’azienda, ma l’affare non è andato bene e l’azienda è fallita. Io ho ricevuto un’educazione piuttosto forte nel pensiero tradizionale cinese, vale a dire che un uomo deve avere successo nei suoi affari. Ma in quali affari? E’ stato allora che ho cominciato ad occuparmi di questo, ed ho iniziato il lavoro sul quale oggi si basa la mia posizione sociale in Cina. Com’è cominciato il tutto? Quando si inizia ad occuparsi di commercio, bisogna intrattenere spesso dei rapporti con le banche e coltivare delle relazioni sociali, invitando delle persone in sale da ballo dove ci sono delle ragazze che ballano con loro. Allora ho chiesto a queste ragazze: come mai ballate con queste persone? Prendete dei soldi? Una mi ha risposto che prendeva 100 yuan. E dopo? Altri 200 yuan. Mi è sembrato strano e le ho chiesto della situazione della sua famiglia. Lei mi ha risposto che non si era ancora sposata e che la sua famiglia si trovava in una situazione difficile. Mi è sembrato davvero strano: com’era possibile che ci fossero ancora situazioni di questo tipo? Nel 1994 la mia azienda è fallita e allora quelle ragazze hanno iniziato a raccontarmi la verità: “noi tutte vi stiamo ingannando, siamo tutte sposate”. Poi sono venuto a sapere che avevano anche dei figli e che facevano questo mestiere per guadagnare dei soldi per mantenere le loro famiglie. Io ho detto loro: così non va bene, non dovete continuare ad ingannarmi e sono riuscito ad andare con loro nelle loro case nei villaggi di campagna. Sono passato di casa in casa e alla fine ho dimostrato che si trattava di un problema sociale molto grande. Il mio metodo di lavoro è stato quello che si definisce “ricerca sul campo”. Devi vivere insieme a queste ragazze, se vuoi cercare di capirle: c’era una casa ad un piano della quale vivevano dieci di queste ragazze e così ho affittato una stanza proprio lì e mi sono trovato a vivere a contatto con loro dalla mattina alla sera. Come andava con i loro fidanzati? Qual era la situazione delle loro famiglie? In questo modo dopo molto tempo sono riuscito a capire com’era la loro situazione. Solamente vivendo insieme a loro, vivendo completamente insieme a loro, questo materiale poteva risultare veritiero.

Lei ha passato molti anni a contatto con queste ragazze e in questo periodo sicuramente è venuto a conoscenza di un’infinità di storie ed ha assistito a molti drammi. Quali di queste storie l’hanno maggiormente coinvolta a livello emotivo?

Uno dei capitoli del mio ultimo libro [Tamen, NdC] si intitola “Una ragazza dalla tragica sorte vuole ritirarsi dal mondo: la storia di Xiao Li”. Sono stato per molto tempo in contatto con questa ragazza. Suo marito era morto nel 1992 a Chongqing: due banditi lo avevano avvicinato e con un coltello in pugno gli avevano intimato di consegnare i soldi e la vettura che utilizzava per il trasporto delle merci. Di fronte ad un rifiuto non hanno esitato ad ucciderlo. Dopo la morte del marito, questa donna e sua figlia non sapevano più in che modo tirare avanti e presto sono arrivati sull’isola di Hainan. Xiao Li non aveva cultura e si chiedeva come avrebbe fatto a vivere: è stato allora che ha iniziato a lavorare in uno di quei bordelli mascherati da barbiere. Successivamente ha vissuto un’altra esperienza tragica: un uomo sposato che si era innamorato di lei le aveva comprato un appartamento a Pechino, ma non molto tempo dopo era morto in un incidente stradale. Da quel momento Xiao Li si è convinta di essere perseguitata dalla malasorte. Ho passato molto tempo con questa ragazza e sono stato molte volte a casa sua in campagna. Lei crede molto nel buddhismo ed è convinta che la ragione per cui la sua vita è così sfortunata sia da trovare nel fatto che nella precedente esistenza non si è comportata bene e quindi ora viene punita.
In un altro capitolo del mio ultimo libro si parla di una ragazza che ha vissuto sempre con me, una tipica ragazza di campagna della provincia del Sichuan. Xiao Liu è nata sulle montagne, il suo fidanzato voleva sposarla ma non aveva soldi e non poteva farlo. La famiglia di lei disprezzava questo ragazzo e dopo che lui se ne è andato ad Hainan per lavorare lei lo ha presto seguito. Il risultato è stato che una volta sull’isola, Xiao Liu è stata scoperta da un uomo d’affari, il quale voleva che lei diventasse la sua governante. Alla fine i due sono andati a letto insieme, ma questo fatto in un certo qual modo ha cambiato il modo di pensare della ragazza, che ha deciso di lasciare il fidanzato. Non molto tempo dopo la moglie dell’uomo d’affari ha scoperto la loro storia e ha cacciato Xiao Liu di casa: da quel momento lei ha iniziato a lavorare in una sala da ballo. Dal momento che ho vissuto molto a lungo con questa ragazza, la descrizione che faccio della sua situazione è molto chiara. Oggi lei ha abbandonato questo settore, si è sposata, ha avuto una bambina ed ha aperto un ristorante. Le ragazze che svolgono questo lavoro alla fine spesso riescono ad ottenere un certo rimborso dalla società.
C’è poi un’altra ragazza, che si chiama AV. Lei era molto giovane, aveva appena 16 anni ed era una studentessa di scuola superiore. Dopo il divorzio dei genitori lei si è trovata a vivere con il padre, un tassista che era riuscito a fare qualche soldo. Il motivo del divorzio dei genitori stava nel fatto il padre si era portato a casa un’altra donna e la madre, incapace di convivere la situazione, lo aveva abbandonato. Alla ragazza piaceva molto pattinare e un ragazzo si è offerto di insegnarle la tecnica. Con il tempo tra loro si è sviluppato un rapporto morboso e alla fine hanno deciso di scappare insieme. Questo ragazzo malvagio ha portato AV in un villaggio che si chiama Miaocun ad Hainan e le ha detto: “Non abbiamo soldi, come possiamo fare?”. E’ stato allora che la ha spinta a diventare una prostituta, per un prezzo di 30 yuan al cliente. Questa vita era davvero tragica: ogni giorno doveva accompagnare molti clienti e per di più tutti i soldi le venivano portati via dal ragazzo che giocava d’azzardo. Erano tre le grandi difficoltà che questa ragazzina si trovava ad affrontare: in primo luogo la malavita locale, della quale necessitava della protezione; in secondo luogo i piccoli quadri che volevano approfittare sessualmente di lei; in terzo luogo i clienti ordinari che in una giornata erano al massimo tredici. Questa bambina è rimasta spesso incinta ed ha dovuto abortire più volte, spesso in condizioni terribili. Era come una bambina, una ragazza pura e semplice che amava moltissimo gli animali, ma non poteva tenere un cucciolo per più di qualche giorno, altrimenti il suo ragazzo l’avrebbe ucciso. Alla fine lei ha lasciato il suo ragazzo per un altro uomo che non era molto meglio di lui, un assassino, e poi non ne ho più saputo nulla.

Lei ha iniziato ad osservare il fenomeno della prostituzione in Cina all’inizio degli anni Novanta: a quali conclusioni è arrivato riguardo agli sviluppi e alle prospettive del fenomeno nel paese?

In Cina questo settore è ormai diffuso ovunque, si può trovare in ogni città, inclusa Pechino. Quando ho scritto i miei libri erano i primi anni Novanta, le persone di allora erano ancora piuttosto tradizionaliste e quindi era ancora possibile parlare con loro. Oggi questo fenomeno esiste ancora ad Hainan, così come esiste a Pechino e in ogni altra città del paese, senza eccezioni. Esso è stato regolarizzato e le persone che fanno questo lavoro gradualmente hanno smesso di provare vergogna, a differenza di quanto avveniva allora. Oggi non c’è più questa sensazione, si pensa che si tratti solamente di guadagnare qualche soldo, tutto qui. Se vai in un albergo di Pechino, nella hall siedono sempre molte ragazze: per loro questa è una professione. Ci si è in qualche modo avvicinati all’occidente, ma all’inizio non era così, quando le persone avevano ancora una morale e un senso della decenza. Ora tutto ciò non c’è più. Oggi i video e i cd erotici sono ovunque, sono diventati un affare alla luce del sole, non sono più un problema, non come all’inizio degli anni Novanta, quando eravamo appena usciti dalla società tradizionale ed eravamo ancora nuovi alla cosa. Se dovessi mettermi a registrare una cosa simile oggi, non lo farei mai, ma ora è dappertutto.

Dopo tutto questo tempo le ragazze in questione portano ancora i segni del loro passato oppure ora sono in grado di condurre una vita più o meno normale?

Dall’antichità ad oggi in Cina c’è un modo di pensare che non è mai cambiato: non importa che cosa fai, l’unica cosa importante è se tu hai soldi o meno. Si ride dei poveri ma non delle prostitute. Se tu sei povero, tutti si prendono gioco di te, ma basta che tu abbia dei soldi e puoi fare qualsiasi cosa senza che nessuno dica nulla. Quando sono andato ad Hainan l’ultima volta alcune ragazze avevano già due automobili, tre ville, un sacco di soldi e ritenevano di non avere assolutamente nulla di cui vergognarsi. I cinesi guardano ai risultati e non ai mezzi, a differenza degli stranieri. Il fatto che tu abbia guadagnato dei soldi è sostanza, se tu non guadagni dei soldi puoi parlare quanto vuoi ed è inutile. I cinesi sono un popolo che si dà da fare per raggiungere i propri obiettivi. Se nella loro famiglia c’è una sola ragazza che fa questo mestiere, i genitori assolutamente non si vergognano. Se guadagni dei soldi per la famiglia, se fai costruire una casa per loro, come possono parlare male di te? Sei una ragazza e allora presto o tardi sarai una persona di un’altra famiglia. Non importa con chi vai, non gli interessa.

Oggi quello della prostituzione può considerarsi un capitolo chiuso nel suo percorso personale ed artistico?

Questo argomento non può concludersi, l’argomento delle donne non potrà mai essere esaurito. Non sto dicendo che lo ho approfondito ad un punto tale che esso non ha più nulla da dirmi, sto solo dicendo che ora ho lavori più urgenti da fare, ad esempio quello riguardo al cambiamento delle zone meridionali della città di Pechino. Questo lavoro attualmente è più urgente e quindi per ora mi dedico ad esso. Poi c’è la possibilità che un giorno vi sia l’occasione di tornare su quell’argomento per un ulteriore approfondimento, ad esempio per conoscere la visione femminile del sesso, ma non è possibile ripetere il tutto rimanendo sempre sullo stesso piano. Ci sono sempre cose più pressanti. Attualmente c’è uno strato sociale, l’ultimo strato sociale di base nella società cinese, che sta per sparire, mentre gli abitanti di Pechino stanno gradualmente trasformandosi in cittadini. Recentemente ci sono stati alcuni incidenti che che dimostrano il risveglio della coscienza civica del popolo cinese, vale a dire che essi non sono già più uno strato sociale di base. In queste circostanze non dobbiamo trarre delle conclusioni su questo fenomeno sociale che sta per scomparire, e queste conclusioni sono molto importanti.

Un’ultima domanda. Chi sono i suoi lettori di riferimento?

Quando scrivo tutti i miei libri, chi è il lettore che ho in mente? Non sono le persone comuni, ma gli intellettuali della società e gli stranieri, ai quali voglio presentare il fatto che in Cina c’è una persona che si chiama Zhao Tielin che ha fatto una cosa che nel paese nessun altro ha fatto. Nel paese nessuno ha fatto quello che io ho fatto, nemmeno l’Accademia delle Scienze Sociali che mi ha invitato da loro a fare lezione per presentare il mio metodo di ricerca sul campo. Mi hanno onorato molto, ma nessuno di loro farebbe una cosa di questo tipo. Perchè? Perchè loro lavorano per lo Stato e prestano attenzione solo alle cose verso cui lo Stato prova interesse, non verso le cose per cui il popolo prova interesse.



(Una versione estesa di questa intervista, accompagnata da una mia premessa sul problema della prostituzione in Cina è disponibile cliccando qui)